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Secondo ritorno della band islandese dopo la data di settembre (torneranno ancora a luglio). Nuovo palco, qualche elemento della scenografia in più, ma soprattutto quattro canzoni nuove.
Organizzazione: 7 - a differenza di altri concerti al Forum ho notato dei piccoli miglioramenti. La sicurezza è riuscita persino a tenere libere le scalinate di accesso alle tribune.
Ambiente: 8 - c'è da dire che i Sigur Rós incutono sempre un certo timore, nei momenti topici tutto il pubblico è rimasto in silenzio.
Luci ed effetti: 7,5 - dopo aver annunciato un nuovo palco e nuovi effetti speravo in qualcosa di meglio sinceramente. Le aggiunte sono state due: per l'occasione hanno rispolverato il loro vecchio telo che, come un delicatissimo Wall pinkfloydiano, li nasconde per i primi 3 pezzi, per poi dissolversi istantaneamente come l'umidità sul parabrezza una volta accesa l'aria condizionata. L'altra novità consiste in un enorme schermo cinematografico posizionato alle loro spalle che proietta, il più delle volte, effetti astratti o immagini rimescolate prese dai loro videoclip.
Qualità del suono: 9 - è uno dei pochi gruppi in cui si riesce a distinguere ogni strumento senza che nessun altro sia sovrastante e fastidioso. Imponente il suono del basso e fondamentale in molti pezzi. Le tastiere sono anch'esse poste in netta evidenza.
Simpatia
6 - non ci si aspetta certo simpatia, ma nemmeno antipatia, loro devono rimanere così... folletti astratti e irraggiungibili.
Capacità esecutive: 10 - più volte abbiamo decantato le lodi di Jonsì in questo blog, non ci ripeteremo; sicuramente sul palco è proprio lui il leader indiscusso, ma le parti di batteria e di basso sono sicuramente altrettanto importanti. Non esisterebbe una Ný Batterí senza Orri o una Olsen Olsen senza Goggi. Ma una Hoppipolla senza Kjartan? L'assenza di Kjartan si fa sentire più a livello affettivo che nella
pratica musicale dove è sostituito egregiamente dal fratello e dagli
altri componenti storici della band. Certo è che, a livello compositivo, non
sappiamo ancora come si evolveranno, lo possiamo solo intuire...
Durata, setlist:
8,5 - questo concerto, per fortuna, non è stato un doppione di quello di Verona. Hanno eliminato purtroppo 2 perle del passato ma hanno inserito ben 4 pezzi nuovi (di cui almeno 3 sono ottimi già dal primo ascolto e fanno intuire una certa evoluzione del suono), hanno invece trascurato l'album per il quale sono in tour, Valtari, e dal quale hanno preso la sola Varúð. Una scelta che ho trovato strana, a meno che l'uscita del prossimo album non sia più vicina di quanto ci possiamo immaginare.
Non sempre le scelte dei promoters sono comprensibili da noi semplici seppur navigati fan. Soprattutto in questi ultimi 2 anni di crisi musicale molti artisti hanno fatto ritorno nel nostro paese costretti dal calo di vendite, suonando un po' dappertutto soprattutto ai festival estivi.
La notizia di 7 date acustiche di James Walsh in Italia ci ha comunque spiazzati, ma almeno ha dato la possibilità a tutti i fan del brit pop italiani (a chi è riuscito a saperlo in tempo) di poterlo ammirare dal vivo. Infatti la promozione è stata pochissima, la nostra impressione è stata che James abbia accettato di farsi un bel giretto in Italia, una specie di pacchetto all inclusive a basso costo.
Organizzazione: 4 - il concerto è iniziato con 2 ore di ritardo, ma la scelta è stata puramente strategica e abbastanza comprensibile, lo scopo era: aspettare che si spargesse la voce e che il locale si riempisse un minimo sindacale. Di fatto così non sarà, non più di 50 persone (staff compreso) saranno presenti a questo concerto.
Ambiente: 4 - le poche persone presenti non erano nemmeno tanto coinvolte visto il continuo e fastidiosissimo chiacchericcio. Alcuni, persino, aumentavano decisamente il tono di voce quando la musica di James saliva di volume. Pessimo.
Luci ed effetti: n.p.
Qualità del suono: 7 - non c'è molto da commentare, voce e chitarra e qualche base (evitabile) lanciata brutalmente dal suo MacBook. Qualche loop costruito al momento non ci sarebbe dispiaciuto.
Simpatia: 9
- una disponibilità e una professionalità con pochi eguali nel mondo della musica. Prima, dopo e durante il concerto. Prima abbiamo avuto la possibilità di incontrarlo e di fargli una piccola richiesta, durante il concerto non si è scoraggiato ed ha suonato il set completo, dopo si è soffermato per autografare i pochi EP in vendita e anche per accennare a qualche passo di danza sul DJ set successivo.
Capacità esecutive: 9,5 - James è la voce che tutti vorremmo per descrivere le nostre emozioni più profonde, lamentosa, profonda e calda allo stesso tempo.
Durata, setlist: 8,5 - non si può chiedere più di così da questa serata particolare, un po' triste, un po' fredda, sperduti tra i capannoni di periferia... ma se con 8 euro è possibile passare momenti così, ti chiedi che senso abbia spenderne 60 per finire nel macello di un concerto dei Muse a San Siro (per esempio). Le due cose non son paragonabili.
GLOBALE: 9
- un momento prezioso rubato alle nostre vite trafficate.
La giornata che ci porta al tanto atteso concerto dei Keane è una delle più uggiose dell'anno, pioggia e nebbia in contemporanea ci incupiscono per tutto il viaggio e per tutta l'attesa in coda. Anche gli stessi Keane, entrando con il loro tourbus nella landa desolata del Parco Nord, chissà cosa avranno pensato, chissà se per un attimo non abbiano avuto un ripensamento.
Qualità del suono: 9 - apprezzabile il bilanciamento di tutti gli strumenti dove ovviamente le tastiere hanno gran risalto.
Luci ed effetti: 7
- un set di luci standard sapientemente diretto ed il logo dell'ultimo album che svetta sullo sfondo. Ma sbaglio o la scritta di Strangeland si accende solo sulle canzoni relative all'album?
Organizzazione: 8 - in orario sul ritardo annunciato, da Vivo Concerti, il giorno stesso su Facebook.
Ambiente: 8 - a parte il caldo soffocante (l'aria fresca fuori non mancava, fatela entrare in qualche modo!) il pubblico è dei migliori nel senso che si diverte senza rovinare la serata al prossimo.
Simpatia: 8,5 - gli anni trascorsi dall'ultimo concerto ci consentono di notare meglio quali aspetti si siano evoluti maggiormente e la cosa che si nota subito è la serenità e la scioltezza di Tom. Il pubblico, esaltato come pochi, lascia di stucco più volte il frontman che tenta di imbastire un paio di frasi in italiano per ringraziare, di quanto stia bene... le solite cose insomma. Promesse per un eventuale ritorno? Qualcuna, ma non troppo convinta. Nonostante l'accoglienza veramente entusiasta.
Capacità esecutive: 9 - sincronismi perfetti e alcuni pezzi dal finalino a sorpresa, Tim il solito esagitato, ma soprattutto Tom, l'unico cantante che si sia esibito con i Queen in grado di reggere meglio l'eredità di Mercury, e stasera l'ha dimostrato, seppur con i Keane la sua voce debba rispettare il ruolo e quindi sia molto più... gentile.
Durata, setlist: 9 - maledetto setlist.fm! Dal sito si scopre che due sere prima ne avevano suonate 2 in più chiudendo il concerto con Under Pressure, ma il giudizio non può che essere positivo, con ben 6 pezzi da H&F (ove risiedono indubbiamente i brani più emozionanti) il quadro della loro carriera è completo.
GLOBALE: 8,5 - se sia stato il gran ritorno dei Keane o solo un'improvvisata estemporanea ancora non possiamo dirlo, ma che sia stato un gran concerto ne siamo certi. Il sole di Strangeland splende su Bologna.
Wikipedia dice bugie, i Mumford and Sons non sono un gruppo folk, il termine è piuttosto limitante. I loro successi più travolgenti lo sono, ma non tutti. Essi infatti spaziano da pezzi a dir poco minimalisti ad improvvise accelerazioni, dallo swing di Dust Bowl Dance al finalone pop di Lover of the Light per poi lasciarsi andare nella coralità rock di Whisper in The Dark in cui gli elementi sul palco sono almeno una decina: fiati, violini, contrabasso, oltre al loro affezionato banjo... in questa pluralità richiamano molto gli Arcade Fire. Non sono tutti polistrumentisti, ma i musicisti sul palco vanno e vengono con una certa frequenza provocando in chi ascolta sbalzi di umore imprevisti.
Qualità del suono: 10 - la discrezione nel calare un concerto rock nel mezzo di una città forse ha contenuto i volumi, così ogni strumento aveva il suo spazio nel timpano.
Luci ed effetti: 8,5
- un'atmosfera intimista e calda come in una enorme ed accogliente camera da letto.
Organizzazione: 9 - nessun problema da segnalare, forse la coda all'ingresso andava un pochino più disciplinata. Ottima la scelta della location! Finalmente la storia dell'architettura italiana è stata valorizzata. Ricavare una piccola arena ai piedi del Papa è stata un'idea geniale oltre che comoda ai fini pratici, sia per chi organizza, sia per chi del concerto fruisce.
Ambiente: 8 - pubblico su di giri e scatenato in platea, più composto e più attempato sulle gradinte e ai bordi alti della piazzetta. I palazzi oscurano il sole e l'aria di mare rende il caldo più sopportabile.
Simpatia: 8,5 - altra imprecisione di Wikipedia: siamo sicuri che Mumford e figli siano inglesi?! Parlano tutti un fluente italiano! Esagerazioni a parte, hanno sfoggiato discorsi anche piuttosto complicati per uno straniero. Presumo che il tastierista Ben Lovett abbia origini italiane. Marcus mostra spesso un sorriso sorpreso quando tutto il pubblico dimostra di conoscere i testi a memoria.
Capacità esecutive: 8,5 - il leader infortunato ad una mano delega spesso l'uso della chitarra/banjo limitandosi alle percussioni. La sua voce è comunque impeccabile dall'inizio alla fine.
Durata, setlist: 9 - 16 pezzi, i successi si alternano a momenti di "quiet". 3 buone nuove canzoni che "proviamo a suonare per primo tempo in italia".
Era il 1998 quando i Manics si esibirono per l'ultima volta in Italia. Io li avevo appena scoperti grazie a quel capolavoro di This Is My Truth, Tell Me Yours rimasto in cima alla mia personale classifica per anni. A quei tempi, però, non ero ancora quell'indie-rockettaro che non si perderebbe un live per niente al mondo; e fu così che i Manics non tornarono mai più nel Bel Paese (matrimonio di James a parte). Poi, col tempo, con la mancanza di un riscontro live, la passione si è affievolita e, non dico di averli abbandonati, ma sicuramente li ho trascurati per lunghi periodi.
Sicché, 14 anni dopo, con l'occasione (e che occasione!) del tour europeo in cui hanno portato in giro i loro più grandi successi, mi sono deciso ad emigrare in Germania per riuscire a materializzare una band che ormai stava occupando nel mio immaginario una dimensione eterea.
Un salto spazio - temporale quindi, un viaggio di 600 km in auto, un tuffo nel passato di un decennio... e l'umanizzazione dei 3 musicisti che ho sempre visto così lontani e irraggiungibili è compiuta!
Infatti, averli a pochi metri, senza barriere a interferire la visuale, si notano alcuni dettagli che rivelano i loro caratteri e le loro abitudini: tutti e tre sono veri professionisti, potranno sembrare inutili particolari, ma dietro di loro si notano borracce personalizzate, non la
solita birra; suonare 23 pezzi (a 42 anni) senza fermarsi in un locale in cui ci
saranno stati 30° non è cosa possibile a tutti. Ma non solo quello.
Coinvolgere, saltellare, raccontare... e poi
sorridere e divertirsi.
Nicky, in particolare, è sempre sorridente nelle sue movenze plastiche e a quanto scrive nei suoi tweet si percepisce una persona che ha mantenuto i piedi per terra (si lava da solo le magliette nel lavandino dell'hotel) e che tutt'ora è entusiasta e divertita della vita in tour.
James D. è uno dei migliori in assoluto; riesce ad associare ad una voce graffiante e possente un'abilità alla chitarra impeccabile.
Sean non manca un colpo. E' molto professionale, lo si vede da come imposta il suo lavoro, munito di guanti, al buio, schivo dietro alla batteria.
Non facciamo paragoni con i Gallagher o altri musoni simili.
Li avvicinerei, vista anche la loro disponibilità del post-concerto, ai Travis.
Quindi i voti:
Qualità del suono: 8 - la prima fila non è che sia il posto migliore per ascoltare bene un concerto, ma l'impressione è buona.
Luci ed effetti: 5
- locale piccolissimo, palco altrettanto. Qui a Monaco niente alberelli luminosi. Ci sono però il puma e il cane cristallizati a fare di guardia al palco.
Organizzazione: 6 - per certi versi un po' all'acqua di rose. Ma come puntualità i tedeschi non sgarrano.
Ambiente: 4 - i Magazzini Generali di Germania sono stretti e bassi, un caldo incredibile ed inaspettato. Impianto dell'aria probabilmente non funzionante. Lasciamo stare poi quei 3 che sono passati avanti in fila...
Simpatia: 9 - ahimé non ho capito tantissimo di quello che diceva James, ma come detto, chi si diverte trasmette anche divertimento ed entusiasmo.
Capacità esecutive: 10- si conoscono a memoria ma riescono comunque a far sembrare che stiano suonando quel pezzo per la prima davanti dal vivo.Non è da tutti.
Setlist: 9 - non poteva esserci tour migliore per vederli, le canzoni scelte sono tutti singoli e soprattutto ci sono ben 23 brani in scaletta e non i soliti 16. Non si meritano 10 perchè una tra Masses Against The Classes o Autumn Song avrebbero dovuto farla (opinione personalissima). E' una scaletta che guarda molto al passato e taglia completamente e rigorosamente Journal For Plague Lovers in quanto non ne sono stati estratti singoli.
GLOBALE: 9,5 - finally!
SETLIST
Motorcycle Emptiness
Your Love Alone Is Not Enough
Ocean Spray
Love's Sweet Exile
(It's Not War) Just The End Of Love
The Everlasting
Found That Soul
Suicide is Painless (Theme from MASH)
The Love Of Richard Nixon
Revol
Tsunami
A Design For Life
From Despair To Where
There by the Grace of God
You Love Us
Everything Must Go
Slash 'n' Burn
This Is The Day
You Stole The Sun From My Heart
Some Kind Of Nothingness
Little Baby Nothing
Motown Junk
If You Tolerate This Your Children Will Be Next
Che nulla sia lasciato al caso lo si nota anche dalla massima riportata
alla fine della setlist, già sapendo che sarà preda dei fan delle prime
file: “Youth is a circumstance you can't do anything about. The trick is to grow up without getting old.”
Frank Lloyd Wright
Sold-out. L'ultimo splendido doppio album degli M83 ha riempito i Magazzini, e, per una volta dopo tanti concerti, anche il gruppo che apre è perfettamente in tema con la serata. Niente sbadigli quindi. C'è una certa attesa anche nel vedere questo talento italiano che sembra invece un prodotto di musica alternativa scandinava assimilabile ai Raveonettes o ai Ladytron... Porcelain Raft di fatto è una sola persona, ma coinvolge come una band al completo, la sua musica è atmosfera cupa che si apre a sprazzi di speranza. Nel suo sito è possibile ascoltare tutti i suoi EP tranne l'ultimo.
Qualità del suono: 8 - sembra buono, nonostante l'imponenza del suono di certi pezzi le voci si continuano a distinguere.
Luci ed effetti: 7,5
- M83 è una galassia e più precisamente la Galassia Girandola del Sud. Inevitabile quindi il richiamo nella scenografia all'elemento astronomico per non dire alieno: l'alieno che si presenta sul palco per primo e le stelle che si accendono sul fondale. Il tutto arricchito da tubi a led verticali dai colori cangianti.
Organizzazione: 5 - non lo so, ultimamente ai Magazzini Generali non si capita bene, molti spettatori erano convinti che il concerto cominciasse molto più tardi per via di comunicazioni errate presenti nei vari siti. Per caso mi sono informato solo appena prima di partire e quindi ho letto gli orari corretti, se non che, gli M83 sono usciti in ritardo (rispetto a quanto ne sapevo io) e poi sono stati probabilmente costretti a tagliare un pezzo.
Ambiente: 6 - apprezzabile sicuramente il sold-out e l'entusiasmo, forse meno apprezzabili le motivazioni dietro a questo tutto esaurito che, prima fila a parte, era composto per la maggioranza di gente che pensava forse di assistere ad una serata disco/punk; delirio, pogo selvaggio, surfing, e poco, pochissimo rispetto per i momenti che avrebbero dovuto impreziosire la serata. Sto parlando di una certa "Wait" che va ascoltata in religioso silenzio, purtroppo il pubblico non è lo stesso di Jonsì.
Simpatia: 8 - giusto per chiarire le idee, questo è un concerto comunque anomalo rispetto ai soliti a cui assistiamo, si tratta di musica elettronica/alternativa e di un gruppo che gruppo non è perchè formato da una persona sola. Alle 21.40 scopriamo quindi la formazione sul palco: Anthony Gonzalez è al centro con la sua montagna di campionatori/sintetizzatori, sulla sinistra un giovanotto polistrumentista che si agita in certe occasioni come un matto, ricordando nelle movenze alcuni componenti degli Arcade Fire; sulla destra troviamo una irriconoscibile Morgan Kibby, che fino a poco tempo fa si nascondeva dietro ad occhialoni dalla montatura spessa ed altrettanto frangettone retrò, lei è la tastierista, cantante nonché coautrice di alcuni brani. Dietro di loro il batterista di batteria acustica (anche se molte percussioni poi sono campionate). Tra i 4 c'è molta sintonia e si ritrovano a memoria, non si risparmiano in niente ed escono di scena fisicamente provati.
Capacità esecutive: 9 - se è vero che sintetizzatori ed effetti vari la fanno da padrone è anche vero che sono gestiti nel migliore dei modi. Le parti di canto sono impeccabili e meno effettate rispetto alle versioni di studio. Alcuni pezzi sono quasi irriconoscibili.
Durata, setlist:
7 - esaltazione preconcerto nello sbirciare la scaletta e nel notare "Don't Save Us From The Flames", altrettanta delusione ed incomprensione nel momento in cui non l'hanno eseguita. Rileggendo le setlist passate ho notato che non la fanno spesso, forse la tengono come jolly o forse causa ritardo l'hanno segata. Peccato perchè è probabile che molti dei presenti abbiano conosciuto gli M83 per quella canzone. Per il resto si alternano canzoni più rock ad altre molto più dance, tutte comunque riviste in chiave live per meglio travolgere e stupire il pubblico.