Data in Svizzera a sorpresa e rarissima puntata continentale per questo tour. Decidiamo di approfittarne vista la paura viscerale per il volo e per la discreta vicinanza con Milano.
Concerto inserito all'interno di un festival dal nome ambiguo "Blue Balls" ma ricco di iniziative di contorno. La location è un centro culturale - congressi - concerti - ultra moderno che si affaccia sulle rive del lago.
Organizzazione: 10 - organizzazione svizzera, puntualità svizzera, presentatore pre-concerto svizzero incluso. Ottimo e simpatico il supporto: tale John Smith cantautore country-folk da non perdere di vista.
Ambiente: 9 - la sala è enorme in altezza ed ospita una balconata con posti a sedere, il concerto è sold-out, ma fino a pochi minuti dall'inizio del concerto saremo gli unici (italiani) a piantonare la prima fila (stavolta lato Andy). In effetti, sotto, non si riempirà moltissimo, che questi siano gli standard di sicurezza... svizzeri? I posti in alto numerati dal prezzo astronomico sono occupati dai più attempati, la platea rimane la scelta migliore vista la facilità nel raggiungere la pole position. Il coivolgimento in sala, non dovrei nemmeno dirlo, ma si intuisce... poco caloroso. Meglio così, la musica la farà da padrona.
Luci ed effetti: 6
- il minimo sindacale.
Qualità del suono:
9 - ineccepibile.
Performance: 10 - ritrovarsi ad un concerto dei Travis è una piacevole abitudine che ormai ha scandito gli ultimi 10 anni ed è sempre come la prima volta, l'emozione non è scalfita anche se già si conosce, a grandi linee, quel che sarà della serata. Proprio per questo è un evento sospeso nel tempo, immune, o quasi, all'invecchiamento; anche se i rischi ci sono tutti, la barba tipo Babbo-Natale di Fran forse ci fa sentire il peso degli anni anche di più di quelli che in realtà sono, ma la sua voce è indissolubile. Qualche chilo in più su Andy si vede, ma la sua foga rock è sempre folle. Dougie non ha perso il suo classico sorriso permanente più simpatico e ammiccante di Scozia... e Neil? Dal fisico asciutto e in occhiali da sole di scena, opportunamente levati a metà concerto, si dà da fare sullo sfondo della sua batteria. Nel dopoconcerto siamo andati sul sicuro, autografi e foto al completo, compreso un super-mega-selfie con Dougie. L'attesa fuori è stata breve, sempre sorridenti, sempre disponibili. Ah... anche qua eravamo pochissimi ad aspettarli.
Durata, setlist: 8 - potrebbero suonare all'infinito, manca forse qualche pezzo di nicchia, ma era un festival estivo e hanno trovato il giusto equilibrio tra i grandi classici e il nuovo album.
Fin da subito, dopo un gran concerto a San Siro a cui assistetti qualche anno fa, sentivo la necessità di rivedere i Depeche Mode in un ambiente un po' più intimo, perchè sicuramente la resa sarebbe stata diversa. Per fortuna loro sono tra le grandi band che dopo i tour negli stadi rifanno il giro nei palazzetti e la cosa non è di poco conto, se pensiamo che per vedere i Coldplay ormai bisogna sudarsi un intero pomeriggio estivo in qualche luogo in cui sei abbandonato a decine di metri dal palco e dove l'emozione nasce solo per il mega contorno che ti circonda, non certo per il contatto con i propri idoli.
Organizzazione: 8 - puntualità e buon gruppo di apertura.
Ambiente: 8 - l'età media è abbastanza alta, di conseguenza diminuiscono i momenti di stress causati da teste matte. Purtroppo anche in tribuna si è constretti a stare in piedi nel 90% del tempo, ma, a volte, è inevitabile alzarsi, la musica ti trascina verso l'alto.
Luci ed effetti: 9
- due megaschermi laterali e uno centrale leggermente scomposto in modo da lasciare intuire i famosi (geniali dal punto di vista del design) 3 triangoli che compongono il logo DM. Le immagini proiettate riprendono alcune scene in diretta dal palco, immagini astratte, spezzoni di video... particolare l'esibizione di Precius (una delle mie preferite) accompagnata da immagini di cani astutamente e ruffianamente piazzati per commuovere.
Qualità del suono: 9 - ben valorizzati gli effetti, alcuni assoli hanno però infastidito in certi momenti, troppo sovrastanti tutto il resto.
Performance:
9 - Dave Gahan immenso, un fisico asciutto e instancabile, Martin Gore amplia i suoi spazi acustici rimanendo sul palco quasi da solo nei momenti di decelerazione.
Durata, setlist: 7 - 2 ore di concerto, ripercorsi tanti successi (la sola Enjoy The Silence vale una vita come canzone perfetta), ma si poteva fare qualcosa di più... Sounds Of Universe inspiegabilmente totalmente ignorato .
I numerosi detrattori degli Editors sono pregati di non leggere questo report, ne rimarrano delusi. Infatti, non si sa bene perché, nel web rimbalza una certa insoddisfazione per questa band e la cosa perdura ormai da diversi anni: oh mamma quanto sono ripetitivi (The Back Room), bravi però che monotona la voce di Tom (An End As a Start), oddio oddio hanno abbandonato le chitarre (In This Light and on This Evening), ecco non c'è più Chris e sono diventati commerciali come gli U2, anzi SONO gli U2 (The Weight Of Your Love). Invece non ci dovrebbe essere nulla di male nel cambiare il proprio suono e nel cercare nuove strade. Forse, più che altro, la paura è di vederli diventare dei fossili da stadio come i Muse, ma penso che questo (purtroppo per loro) non succederà.
Ma veniamo al concerto: in apertura i Balthazar alternano momenti di noia dissonante a spunti interessanti, il tutto mentre fuori si scatena un violento nubifragio sulla città...
Organizzazione: 8 - per una volta la puntualità è stata impeccabile, peccato che l'Alacatraz sia ormai tappezzato di fastidiosi mini-bar sempre illuminati e che fomentano il bla-bla-bla di fondo.
Ambiente: 6 - potrebbe essere un 9 se non fosse che quando la musica si calma, ci si accorge che è più le gente che sta sparando qualche commento inutile con il suo vicino, piuttosto che quella che ascolta ipnotizzata.
Luci ed effetti: 5 - da un concerto che costa 28€ non ci si può aspettare chissà quale scenografia, ma qui siamo ai minimi storici. Le luci poste alle spalle dei musicisti risaltano le loro sagome creando l'unico effetto particolare della serata.
Qualità del suono: 7 - penso che sia stata una scelta artistica, più che una semplice regolazione dei volumi, quella di non evidenziare i loro tipici riff di chitarra (o di sintetizzatore) in modo da rendere tutto l'insieme del concerto più uniforme. Like Treasure è stata troppo appiattita rispetto a questa versione (link).
Performance: 9 - la sagoma di Tom, stilizzata dal controluce, è immediatamente riconoscibile, le sue movenze sono come sempre uniche e particolari, a volte pure disconnesse dall'andamento della musica. La sua voce è maturata e l'ultimo album lo dimostra, è sicuramente più cantato e più evoluto da quel punto di vista e la cosa non sembra metterlo in difficoltà, nemmeno dal vivo. Per fare una battuta (facile) bisognerebbe dire che per sostituire Chris Urbanovizck abbiano dovuto prenderne altri 2: i nuovi arrivati rimangono piuttosto timidi sulla sinistra del palco e si destreggiano tra sintetizzatori e chitarre. Russel, invece, sembra essersi sciolto e lo ritroviamo spesso a ridosso della batteria oppure ad incitare il pubblico che a sua volta reagisce alla grande, dimostrando di conoscere già tutti i pezzi nuovi sostituendosi perfettamente ai cori previsti.
Durata, setlist:
9 - quasi 2 ore (inaspettate) di concerto e una scaletta strana, poco lineare complice il penultimo album elettronico. I più attenti avranno anche notato che alcuni brani sono stati
leggermente rivisti per adattarli meglio al live o semplicemente per
noia nel suonarle. Aprono con Sugar e si giocano quasi subito Smokers come a dire che non hanno bisogno del loro capolavoro per creare l'attesa del pezzo successivo. I contrasti però non fiscnono qui perchè che dopo una tetra In This Light ci piazzano The Phone Book un momento acustico folk molto emozionante che sembra arrivare direttamente da Woodstock. Questa altalena tra vecchio e nuovo, tra rock, pop ed elettronica è incorniciata dal finale. Ci si può chiedere come mai Papillon messa come ultima. Forse perché è una canzone dance suonata in un locale che di fatto è una discoteca? Non potevano giocarsela prima per far ballare il pubblico? Nient'affatto, Papillon da pezzo dance dove il chitarrista, all'inizio sembra quasi inutile, anzi forse fa pure finta di suonare, si trasforma e, con un finale quasi metal, travolge tutti. Inchino di gruppo e tutti a casa.
Un decennio di attesa, tanto Roma e l'italia hanno dovuto aspettare il ritorno dei Blur, ma tutto questo tempo pare che non abbia fatto che rafforzare la fama della band inglese, le ha permesso di congelarsi e di conservare tutta la sua travolgenza sul pubblico; la presenza (forzata) sulle scene, invece, ha deteriorato la loro controparte (gli Oasis) corrodendoli in album poco ispirati e noiosi contrasti interni di cui ormai importava a pochi.
C'è chi è sempre staoto dalla parte dei fratellini Gallagher e non ha mai avuto l'occasione o la volontà di seguire ed inseguire i loro avversari, ma, tra questi, i più hanno semplicemente consumato Blur: The Best Of del 2000 senza, però, dirlo troppo in giro e sicuramente nessuno ha mai osato acquistare altro.
Organizzazione: 7 - la location è veramente ben confezionata, ci sono stand promozionali che ti regalano ogni cosa, bar, punti di ritrovo... ci sono le tribune (che per un festival estivo sono una rarità ed una salvezza per chi non vuole rischiare il collasso in platea); dall'altro lato non c'è nessuna band di supporto sullo stesso palco dei Blur e la lunga attesa è prolungata da problemi tecnici. Le tribune, come sempre successo all'ippodromo, sono pienissime anche sui gradoni di accesso alle poltrone e ciò compromette la sicurezza.
Ambiente: 7 - tutto prevedibile: il macello in platea e nelle pirme file, e un entusiasmo più composto in tribuna, così Roma partecipa all'unisono. Caldo atroce..
Luci ed effetti: 7 - niente di nuovo, tutto molto standard ma ben manovrato.
Qualità del suono: 7,5 - forse sulla voce si poteva fare qualcosa di meglio, dalle tribune si percepiva un po' distorta.
Performance: 10 - un Damon indemoniato e un Coxon concentrato; il primo scatenato, in perfetta forma fisica e canora: si scusa per il ritardo, interagisce col pubblico e cerca spesso il contatto fisico; il secondo molto ispirato rielabora, arricchisce ed aggiorna i suoi assoli più classici, canta Coffee&Tv e ovviamente il ritornello di Tender. I due però non si scambiano nemmeno uno sguardo o un cenno di intesa, cosa che invece succede spesso, a turno, tra tutti gli altri componenti del gruppo. A vederli così, dubito si faccia un altro album.
Durata, setlist: 9 - in scaletta ci sono praticamente tutti i loro successi che avranno suonato migliaia di volte, quasi ogni canzone è ormai diventata un'apoteosi, un inno cantato dall'intero stadio. La soddisfazione per esserci stati è tanta e i ricordi si accavallano. Dispiace esserseli persi negli anni 90, dispiace che poi non ci siano più state occasioni, o quasi...
GLOBALE: 9,5
- forse che per vent'anni abbiamo tifato per la squadra sbagliata?
Secondo ritorno della band islandese dopo la data di settembre (torneranno ancora a luglio). Nuovo palco, qualche elemento della scenografia in più, ma soprattutto quattro canzoni nuove.
Organizzazione: 7 - a differenza di altri concerti al Forum ho notato dei piccoli miglioramenti. La sicurezza è riuscita persino a tenere libere le scalinate di accesso alle tribune.
Ambiente: 8 - c'è da dire che i Sigur Rós incutono sempre un certo timore, nei momenti topici tutto il pubblico è rimasto in silenzio.
Luci ed effetti: 7,5 - dopo aver annunciato un nuovo palco e nuovi effetti speravo in qualcosa di meglio sinceramente. Le aggiunte sono state due: per l'occasione hanno rispolverato il loro vecchio telo che, come un delicatissimo Wall pinkfloydiano, li nasconde per i primi 3 pezzi, per poi dissolversi istantaneamente come l'umidità sul parabrezza una volta accesa l'aria condizionata. L'altra novità consiste in un enorme schermo cinematografico posizionato alle loro spalle che proietta, il più delle volte, effetti astratti o immagini rimescolate prese dai loro videoclip.
Qualità del suono: 9 - è uno dei pochi gruppi in cui si riesce a distinguere ogni strumento senza che nessun altro sia sovrastante e fastidioso. Imponente il suono del basso e fondamentale in molti pezzi. Le tastiere sono anch'esse poste in netta evidenza.
Simpatia
6 - non ci si aspetta certo simpatia, ma nemmeno antipatia, loro devono rimanere così... folletti astratti e irraggiungibili.
Capacità esecutive: 10 - più volte abbiamo decantato le lodi di Jonsì in questo blog, non ci ripeteremo; sicuramente sul palco è proprio lui il leader indiscusso, ma le parti di batteria e di basso sono sicuramente altrettanto importanti. Non esisterebbe una Ný Batterí senza Orri o una Olsen Olsen senza Goggi. Ma una Hoppipolla senza Kjartan? L'assenza di Kjartan si fa sentire più a livello affettivo che nella
pratica musicale dove è sostituito egregiamente dal fratello e dagli
altri componenti storici della band. Certo è che, a livello compositivo, non
sappiamo ancora come si evolveranno, lo possiamo solo intuire...
Durata, setlist:
8,5 - questo concerto, per fortuna, non è stato un doppione di quello di Verona. Hanno eliminato purtroppo 2 perle del passato ma hanno inserito ben 4 pezzi nuovi (di cui almeno 3 sono ottimi già dal primo ascolto e fanno intuire una certa evoluzione del suono), hanno invece trascurato l'album per il quale sono in tour, Valtari, e dal quale hanno preso la sola Varúð. Una scelta che ho trovato strana, a meno che l'uscita del prossimo album non sia più vicina di quanto ci possiamo immaginare.
Non sempre le scelte dei promoters sono comprensibili da noi semplici seppur navigati fan. Soprattutto in questi ultimi 2 anni di crisi musicale molti artisti hanno fatto ritorno nel nostro paese costretti dal calo di vendite, suonando un po' dappertutto soprattutto ai festival estivi.
La notizia di 7 date acustiche di James Walsh in Italia ci ha comunque spiazzati, ma almeno ha dato la possibilità a tutti i fan del brit pop italiani (a chi è riuscito a saperlo in tempo) di poterlo ammirare dal vivo. Infatti la promozione è stata pochissima, la nostra impressione è stata che James abbia accettato di farsi un bel giretto in Italia, una specie di pacchetto all inclusive a basso costo.
Organizzazione: 4 - il concerto è iniziato con 2 ore di ritardo, ma la scelta è stata puramente strategica e abbastanza comprensibile, lo scopo era: aspettare che si spargesse la voce e che il locale si riempisse un minimo sindacale. Di fatto così non sarà, non più di 50 persone (staff compreso) saranno presenti a questo concerto.
Ambiente: 4 - le poche persone presenti non erano nemmeno tanto coinvolte visto il continuo e fastidiosissimo chiacchericcio. Alcuni, persino, aumentavano decisamente il tono di voce quando la musica di James saliva di volume. Pessimo.
Luci ed effetti: n.p.
Qualità del suono: 7 - non c'è molto da commentare, voce e chitarra e qualche base (evitabile) lanciata brutalmente dal suo MacBook. Qualche loop costruito al momento non ci sarebbe dispiaciuto.
Simpatia: 9
- una disponibilità e una professionalità con pochi eguali nel mondo della musica. Prima, dopo e durante il concerto. Prima abbiamo avuto la possibilità di incontrarlo e di fargli una piccola richiesta, durante il concerto non si è scoraggiato ed ha suonato il set completo, dopo si è soffermato per autografare i pochi EP in vendita e anche per accennare a qualche passo di danza sul DJ set successivo.
Capacità esecutive: 9,5 - James è la voce che tutti vorremmo per descrivere le nostre emozioni più profonde, lamentosa, profonda e calda allo stesso tempo.
Durata, setlist: 8,5 - non si può chiedere più di così da questa serata particolare, un po' triste, un po' fredda, sperduti tra i capannoni di periferia... ma se con 8 euro è possibile passare momenti così, ti chiedi che senso abbia spenderne 60 per finire nel macello di un concerto dei Muse a San Siro (per esempio). Le due cose non son paragonabili.
GLOBALE: 9
- un momento prezioso rubato alle nostre vite trafficate.
La giornata che ci porta al tanto atteso concerto dei Keane è una delle più uggiose dell'anno, pioggia e nebbia in contemporanea ci incupiscono per tutto il viaggio e per tutta l'attesa in coda. Anche gli stessi Keane, entrando con il loro tourbus nella landa desolata del Parco Nord, chissà cosa avranno pensato, chissà se per un attimo non abbiano avuto un ripensamento.
Qualità del suono: 9 - apprezzabile il bilanciamento di tutti gli strumenti dove ovviamente le tastiere hanno gran risalto.
Luci ed effetti: 7
- un set di luci standard sapientemente diretto ed il logo dell'ultimo album che svetta sullo sfondo. Ma sbaglio o la scritta di Strangeland si accende solo sulle canzoni relative all'album?
Organizzazione: 8 - in orario sul ritardo annunciato, da Vivo Concerti, il giorno stesso su Facebook.
Ambiente: 8 - a parte il caldo soffocante (l'aria fresca fuori non mancava, fatela entrare in qualche modo!) il pubblico è dei migliori nel senso che si diverte senza rovinare la serata al prossimo.
Simpatia: 8,5 - gli anni trascorsi dall'ultimo concerto ci consentono di notare meglio quali aspetti si siano evoluti maggiormente e la cosa che si nota subito è la serenità e la scioltezza di Tom. Il pubblico, esaltato come pochi, lascia di stucco più volte il frontman che tenta di imbastire un paio di frasi in italiano per ringraziare, di quanto stia bene... le solite cose insomma. Promesse per un eventuale ritorno? Qualcuna, ma non troppo convinta. Nonostante l'accoglienza veramente entusiasta.
Capacità esecutive: 9 - sincronismi perfetti e alcuni pezzi dal finalino a sorpresa, Tim il solito esagitato, ma soprattutto Tom, l'unico cantante che si sia esibito con i Queen in grado di reggere meglio l'eredità di Mercury, e stasera l'ha dimostrato, seppur con i Keane la sua voce debba rispettare il ruolo e quindi sia molto più... gentile.
Durata, setlist: 9 - maledetto setlist.fm! Dal sito si scopre che due sere prima ne avevano suonate 2 in più chiudendo il concerto con Under Pressure, ma il giudizio non può che essere positivo, con ben 6 pezzi da H&F (ove risiedono indubbiamente i brani più emozionanti) il quadro della loro carriera è completo.
GLOBALE: 8,5 - se sia stato il gran ritorno dei Keane o solo un'improvvisata estemporanea ancora non possiamo dirlo, ma che sia stato un gran concerto ne siamo certi. Il sole di Strangeland splende su Bologna.
Wikipedia dice bugie, i Mumford and Sons non sono un gruppo folk, il termine è piuttosto limitante. I loro successi più travolgenti lo sono, ma non tutti. Essi infatti spaziano da pezzi a dir poco minimalisti ad improvvise accelerazioni, dallo swing di Dust Bowl Dance al finalone pop di Lover of the Light per poi lasciarsi andare nella coralità rock di Whisper in The Dark in cui gli elementi sul palco sono almeno una decina: fiati, violini, contrabasso, oltre al loro affezionato banjo... in questa pluralità richiamano molto gli Arcade Fire. Non sono tutti polistrumentisti, ma i musicisti sul palco vanno e vengono con una certa frequenza provocando in chi ascolta sbalzi di umore imprevisti.
Qualità del suono: 10 - la discrezione nel calare un concerto rock nel mezzo di una città forse ha contenuto i volumi, così ogni strumento aveva il suo spazio nel timpano.
Luci ed effetti: 8,5
- un'atmosfera intimista e calda come in una enorme ed accogliente camera da letto.
Organizzazione: 9 - nessun problema da segnalare, forse la coda all'ingresso andava un pochino più disciplinata. Ottima la scelta della location! Finalmente la storia dell'architettura italiana è stata valorizzata. Ricavare una piccola arena ai piedi del Papa è stata un'idea geniale oltre che comoda ai fini pratici, sia per chi organizza, sia per chi del concerto fruisce.
Ambiente: 8 - pubblico su di giri e scatenato in platea, più composto e più attempato sulle gradinte e ai bordi alti della piazzetta. I palazzi oscurano il sole e l'aria di mare rende il caldo più sopportabile.
Simpatia: 8,5 - altra imprecisione di Wikipedia: siamo sicuri che Mumford e figli siano inglesi?! Parlano tutti un fluente italiano! Esagerazioni a parte, hanno sfoggiato discorsi anche piuttosto complicati per uno straniero. Presumo che il tastierista Ben Lovett abbia origini italiane. Marcus mostra spesso un sorriso sorpreso quando tutto il pubblico dimostra di conoscere i testi a memoria.
Capacità esecutive: 8,5 - il leader infortunato ad una mano delega spesso l'uso della chitarra/banjo limitandosi alle percussioni. La sua voce è comunque impeccabile dall'inizio alla fine.
Durata, setlist: 9 - 16 pezzi, i successi si alternano a momenti di "quiet". 3 buone nuove canzoni che "proviamo a suonare per primo tempo in italia".
Era il 1998 quando i Manics si esibirono per l'ultima volta in Italia. Io li avevo appena scoperti grazie a quel capolavoro di This Is My Truth, Tell Me Yours rimasto in cima alla mia personale classifica per anni. A quei tempi, però, non ero ancora quell'indie-rockettaro che non si perderebbe un live per niente al mondo; e fu così che i Manics non tornarono mai più nel Bel Paese (matrimonio di James a parte). Poi, col tempo, con la mancanza di un riscontro live, la passione si è affievolita e, non dico di averli abbandonati, ma sicuramente li ho trascurati per lunghi periodi.
Sicché, 14 anni dopo, con l'occasione (e che occasione!) del tour europeo in cui hanno portato in giro i loro più grandi successi, mi sono deciso ad emigrare in Germania per riuscire a materializzare una band che ormai stava occupando nel mio immaginario una dimensione eterea.
Un salto spazio - temporale quindi, un viaggio di 600 km in auto, un tuffo nel passato di un decennio... e l'umanizzazione dei 3 musicisti che ho sempre visto così lontani e irraggiungibili è compiuta!
Infatti, averli a pochi metri, senza barriere a interferire la visuale, si notano alcuni dettagli che rivelano i loro caratteri e le loro abitudini: tutti e tre sono veri professionisti, potranno sembrare inutili particolari, ma dietro di loro si notano borracce personalizzate, non la
solita birra; suonare 23 pezzi (a 42 anni) senza fermarsi in un locale in cui ci
saranno stati 30° non è cosa possibile a tutti. Ma non solo quello.
Coinvolgere, saltellare, raccontare... e poi
sorridere e divertirsi.
Nicky, in particolare, è sempre sorridente nelle sue movenze plastiche e a quanto scrive nei suoi tweet si percepisce una persona che ha mantenuto i piedi per terra (si lava da solo le magliette nel lavandino dell'hotel) e che tutt'ora è entusiasta e divertita della vita in tour.
James D. è uno dei migliori in assoluto; riesce ad associare ad una voce graffiante e possente un'abilità alla chitarra impeccabile.
Sean non manca un colpo. E' molto professionale, lo si vede da come imposta il suo lavoro, munito di guanti, al buio, schivo dietro alla batteria.
Non facciamo paragoni con i Gallagher o altri musoni simili.
Li avvicinerei, vista anche la loro disponibilità del post-concerto, ai Travis.
Quindi i voti:
Qualità del suono: 8 - la prima fila non è che sia il posto migliore per ascoltare bene un concerto, ma l'impressione è buona.
Luci ed effetti: 5
- locale piccolissimo, palco altrettanto. Qui a Monaco niente alberelli luminosi. Ci sono però il puma e il cane cristallizati a fare di guardia al palco.
Organizzazione: 6 - per certi versi un po' all'acqua di rose. Ma come puntualità i tedeschi non sgarrano.
Ambiente: 4 - i Magazzini Generali di Germania sono stretti e bassi, un caldo incredibile ed inaspettato. Impianto dell'aria probabilmente non funzionante. Lasciamo stare poi quei 3 che sono passati avanti in fila...
Simpatia: 9 - ahimé non ho capito tantissimo di quello che diceva James, ma come detto, chi si diverte trasmette anche divertimento ed entusiasmo.
Capacità esecutive: 10- si conoscono a memoria ma riescono comunque a far sembrare che stiano suonando quel pezzo per la prima davanti dal vivo.Non è da tutti.
Setlist: 9 - non poteva esserci tour migliore per vederli, le canzoni scelte sono tutti singoli e soprattutto ci sono ben 23 brani in scaletta e non i soliti 16. Non si meritano 10 perchè una tra Masses Against The Classes o Autumn Song avrebbero dovuto farla (opinione personalissima). E' una scaletta che guarda molto al passato e taglia completamente e rigorosamente Journal For Plague Lovers in quanto non ne sono stati estratti singoli.
GLOBALE: 9,5 - finally!
SETLIST
Motorcycle Emptiness
Your Love Alone Is Not Enough
Ocean Spray
Love's Sweet Exile
(It's Not War) Just The End Of Love
The Everlasting
Found That Soul
Suicide is Painless (Theme from MASH)
The Love Of Richard Nixon
Revol
Tsunami
A Design For Life
From Despair To Where
There by the Grace of God
You Love Us
Everything Must Go
Slash 'n' Burn
This Is The Day
You Stole The Sun From My Heart
Some Kind Of Nothingness
Little Baby Nothing
Motown Junk
If You Tolerate This Your Children Will Be Next
Che nulla sia lasciato al caso lo si nota anche dalla massima riportata
alla fine della setlist, già sapendo che sarà preda dei fan delle prime
file: “Youth is a circumstance you can't do anything about. The trick is to grow up without getting old.”
Frank Lloyd Wright
Replica, condita con i nuovi pezzi, del concerto relativamente recente avvenuto sempre qui all'Alcatraz nel 2010:
Qualità del suono: 7 - due anni fa l'impressione era stata ottima, potenza che valorizzava la musica della band inglese. Quest'anno la potenza stessa ha rovinato più che altro le voci, distorcendole un po'.
Luci ed effetti: 8
- atmosfera cupa e riflettori che si muovono e puntano verso il pubblico, da metà sala l'effetto è suggestivo.
Organizzazione: 7
Ambiente: 7 - è chiaro che ad un concerto del genere si poga di brutto ed allora, sapendolo prima, si sta un po' in disparte. Peccato che qualcuno debba per forza fumare anche se non si può e che nessuno pensi di punirli o almeno di farli smettere.
Simpatia: 9 - i fan puntano sull'italianità di Serghio Pizzorno i cori sono tutti per lui, il quale ricambia con innumerevoli gesti di affetto e devozione, finalmente si è lasciato andare rispetto alle precedenti apparizioni; ha capito come accontentarci, e insieme a poche parole in italiano (ma pronunciate benissimo), ci infila pure l'Inno di Mameli accennato dal trombettista prima di Take Aim. Il gruppo è unito, cenni d'intesa e battute (a noi ignote) condiscono con sorrisi tutta la serata.
Capacità esecutive: 9 - spettacolo confezionato senza pause, ogni pezzo (o quasi) è collegato a quello successivo. Tastiere, fiati, sintetizzatori, tutto concorre a produrre un suono compatto che crea un'atmosfera dark, rock... sembra di essere immersi in una perenne Within Without You / Tomorrow Never Knows (Beatles).
Durata, setlist: 8 - ci sono tutte, forse qualcosa meno. Finale devastante!
Concerto allegato al tour di presentanzione di questo nuovo lavoro dal titolo che fa pensare: The Future Is Medieval. Con questa uscita la band ha sfornato una ventina di canzoni nuove nuove e poi è stata data la possibilità ai fans di costruire il loro album personalizzato scegliendone 10. Ci ho provato ma non è semplice perchè se ne vorrebbero inserire almeno 12 - 13.
Ma veniamo al concerto:
Qualità del suono: 7 - ero molto avanti, piuttosto defilato, e l'impressione era quella che la voce fosse nella sala a fianco. Ma diciamo che un po' me la sono cercata. Il posto dove si sente meglio è vicino a chi il suono lo comanda.
Luci ed effetti: 4
- troppo buio per foto decenti, sono le solite luci dei Magazzini senza nessuna aggiunta e per di più manovrate con poca passione. Pessimo.
Organizzazione: 9 - hanno aperto in ritardo ma poi tutto ha avuto scadenze precise al secondo, nonostante l'avere 2 gruppi di supporto non faciliti le cose. A tal proposito... I Tribes tanto decantati mi son sembrati insignificanti, altro che nuovi Libertines! Mentre invece i Transfer sono stati interessanti, approfondirò...
Ambiente: 6 - Magazzini in gran spolvero, puntuali, puliti, temperatura accettabile. Purtroppo poi il "posto unico" non ti garantisce nulla, il che lascia spazio ai soliti furbi che arrivano alle 21.30 ma raggiungono non la seconda, ma pure la prima fila. Odiosi.
Simpatia:
10 - i Kaiser nulla sarebbero senza l'espressività di Ricky Wilson, il frontman che tiene la scena come nessun altro, riempie il palco, la musica, l'intera serata. Presentatosi in scena con messa in piega soffice e cotonata, quest'ultima ha lasciato presto spazio allo sconvolgimento sudato dei suoi movimenti pazzi. Ruota con precisione e velocità asta e microfono, si sporge sul pubblico e, come pronosticato, non s'è fatto scappare il tour del ballatoio dei Magazzini!
Capacità esecutive:
8 - musica confezionata a memoria. Nonostante l'imprevedibilità del cantante tra loro c'è comunque una sincronia perfetta. Da segnalare la dissonante Man on Mars cantata dal batterista. Wilson tiene alla perfezione anche i ripetuti "Uoooaaaahhhh" sparsi qua e là nella scaletta che sono il marchio di fabbrica della band.
Durata, setlist: 8 - di certo è una scaletta perfetta nelle scelte, nettamente meglio dell'ultima (Alcatraz 2009), però è anche ora che i concerti durino un po' di più, in modo da arrivare almeno all'ora e tre quarti.
GLOBALE: 8,5 - lo slancio, la potenza e la gioia racchiusi in 1 ora e mezza.
Qualità del suono: 6 - ero in una buona posizione centrale e quindi, a differenza di altre volte, avrei dovuto sentire meglio. Considerando che la loro musica ha pretese di raffinatezza e ricerca ho trovato che questo loro impegno è stato un po' rovinato dai toni bassi che tendevano a coprire tutto il resto, voce e violino compresi.
Luci ed effetti: 7 - coreografia a LED del locale coordinata con la musica. Suggestiva la palla roteante di cristallo che durante uno degli ultimi pezzi ha creato un'atmosfera inedita per un concerto.
Organizzazione: 7 - buona ma comunque la tendenza è sempre quella di ritardare di almeno mezz'ora gli orari indicati nei siti e sui biglietti stessi.
Ambiente: 5 - capisco che è un autunno anomalo, ma vogliamo fare entrare un po' di aria in questo benedetto tunnel?!
Come nota negativa da segnalare anche il chiacchiericcio continuo e fastidioso del pubblico sui pezzi lenti, il che mi fa sospettare che ci fossero molti invitati a cui non gliene fregasse niente, ma erano lì solo per fare numero. L'avessero fatto con Jonsi...
Simpatia: 8 - eleganza e stile. Come ad una sfilata la band entra da una porta laterale sotto gli occhi stupiti del pubblico stesso che deve attraversare per poter salire sul palco. Tentativi di brevi discorsi in italiano molto apprezzati. Ammiccamenti e pose plastiche limitate dalla superficie stessa del palco molto limitata.
Capacità esecutive: 8 - i NATW sono musicisti che sanno il fatto loro. La strumentazione classica un po' particolare condita di sintetizzatori e campionatori sembra quasi sacrificata sul palchetto, ma alla fine tutto prosegue nel migliore dei modi senza tentennamenti. La voce di Charlie Fink si sa, non è potentissima, infatti tende un po' a sparire sui pezzi più rock (se così si possono definire).
Durata, setlist: 8,5 - una scaletta direi completa. Ovviamente è stato dato molto spazio ai nuovi pezzi, ma, essendo io un fan dell'ultima ora, la cosa non mi è dispiaciuta. Grandissimo finale struggente con "The First Days Of Spring" in versione potenziata.
Finalmente, dopo 6 anni di attesa, torna un gruppo che è sempre stato al limite per diventare grande anche in Italia, ma che a conti fatti ha trascurato per lungo tempo il nostro paese. Ciò non ha scalfito, però, lo zoccolo duro di fan che partecipano numerosi alla community italiana su Facebook.
Purtroppo Grant ha accusato problemi di voce nella seconda metà del concerto lasciando incompiuta l'opera di riconquista dell'Italia.
Qualità del suono: 7,5 - bisogna ammettere che la qualità del suono del Magnolia aumenta con la distanza e se, con i Glasvegas ero troppo vicino, ora, una decina di metri più indietro il concerto è musicalmente più godibile.
Luci ed effetti: 6 - praticamente, per pura coincidenza, lo stesso allestimento dei Glasvegas in versione semplificata.
Organizzazione: 4 - ritardo sistematico. Bisgona arrivare coscienti che, anche se il giorno dopo si lavora, si torna a casa molto tardi. Ho perso completamente gli Ultima (a che ora hanno suonato?! Alle 21?) ed i Feeder erano sul palco alle 23 passate, il tutto sapendo che il programma ufficiale dava come inizio concerto le ore 22. Mah...
Ambiente: 8 - locale pieno di fan devoti (ripeto: grazie anche ad una community molto attiva) e lunga fila all'ingresso. Temperatura fresca, ma poi ci si scalda saltando.
Simpatia: 8 - i Feeder hanno la faccia da bravi ragazzi e quindi anche nel momento in cui Grant abbandona (scusandosi abbondatemente, anche in seguito via Facebook, e stringendo le mani ai fan delle prime file) non vi è nessuna protesta da parte del pubblico. Certo rimane la delusione. Certo rimane il pensiero che qualcosa in più avrebbero potuto fare: magari facendo cantare al pubblico il gran finale mancato (Just A Day).
Prima di uscire Grant si raccomanda di acquistare il loro singolo Side By Side uscito questa settimana, che ha uno scopo totalmente benefico, a favore della Croce Rossa intervenuta dopo il terremoto in Giappone.
Capacità esecutive: 8,5 - rock melodico fluente, band potente, sintonia perfetta, cantante dalla voce giusta al posto giusto.
Durata, setlist: s.v. - non giudicabile. Possimo dire che Seven Days In The Sun è stata molto apprezzata, ma la chisura anticipata ci ha lasciato con l'amaro in bocca per quel che poteva essere il finale di concerto.
GLOBALE: 7 - impressione globale compromessa, ma se ci sarà un altro concerto dei Feeder in Italia, non mancherò certamente. Loro stessi erano stupiti per l'affluenza e l'accoglienza calorosa, speriamo che ne tengano conto per il futuro.
Qualità del suono: 3 - spero che in fondo si sentisse un po' meglio perchè nelle prime file non era musica, ma frullato di note. La voce del cantato era inesistente e il basso faceva vibrare le sottili pareti di plastica, perchè il Magnolia è, di fatto, un tendone semi-provvisorio. Forse abbassando un po' il volume alcuni di questi problemi si sarebbero risolti, dopotutto il posto è molto piccolo!
Luci ed effetti: 7,5 - nella sua semplicità il palco è stato ben allestito in poco spazio e con un paio di astuzie luminose (luci calde dal basso e barre colorate retrostanti) l'atmosfera era quella giusta per questo concerto. Particolare il cavo del microfono luminoso bianco che avvolgeva anche tutto il perimetro del palco.
Organizzazione: 5 - ritardi su ritardi: Glasvegas sul palco alle 23.20. Lo stesso James Allan, appena arrivato, si è scusato col pubblico dandosi la colpa. Perdonato.
Ambiente: 6 - ambiente ristretto e anche un po' fresco, ma va anche bene, così il cappotto non dà fastidio. Pubblico rumoroso durante l'esibizione di Erica Mou e anche ritardatario, il locale si riempie giusto per l'inizio dei Glasvegas.
Simpatia: 9 - James è riuscito a ritagliarsi un suo personaggio che rispetta in tutto e per tutto. Non si risparmia mai, per lui cantare è un impegno profondo e quasi una sofferenza. Spesso avanza verso il pubblico, a volte si sdraia e... addirittura scende in platea per pogare insieme ai fan sulle note di Go Square Go. Probablimente era appena docciato, il suo profumo ha riempito il locale!
Suo cugino Rab, sul finire del concerto ha offerto una decina di lattine di birra alle prime file.
Capacità esecutive: 9 - James, a differenza del precedente concerto milanese, non ha mai imbracciato la chitarra. Mi spiace non aver potuto percepire meglio il cantato, che comunque mi è sembrato all'altezza di ogni situazione e che ha raggiunto il suo punto più alto con una versione solo voce e tastiera di Flowers And FootballTops. Per il resto la nuova batterista nel suo suonare in piedi (come la precendente) è molto coreografica e potente, in pieno stile Glasvegas.
Durata, setlist: 7,5 - tutte le migliori del primo album, una cover e un paio di nuove, quelle già ascoltate e conosciute; niente sorprese dunque e niente noia con pezzi mai ascoltati. Purtroppo concerto troppo breve, ma per 10€ non ci si può lamentare più di tanto.
Qualità del suono: 9 - qualche problema con i gruppi di supporto, ma con gli AF tutto ok.
Luci ed effetti: 9 - Un telo di fondo proietta un'immagine fissa e un'ulteriore schermo proietta altri video e le immagini di alcune telecamere fisse sul palco. Luci standard ma ben coordinate.
Organizzazione: 8 - Indipendente ha fatto di tutto per riempire l'Arena ma siamo ben lontani dal soldout della serata n.2 (Blink 182). Tutti i gruppi sono saliti sul palco puntualissimi.
Ambiente: 8 - Nonostante i fiumi di birra il pubblico è stato euforico al punto giusto, qualche nuvoletta ha "rinfrescato" il finale del pomeriggio.
Simpatia: 10 - Régine è un folletto entusiasta di tutto. Win ha una presenza scenica possente (è altissimo!) e suo fratello con quel tamburo sembra un pazzo, ma anche gli altri sono molto scenografici in tutto ciò che fanno.
Capacità esecutive: 10 - Voci e cori impeccabili, Régine squillante e cristallina, e poi... ognuno suona praticamente ogni cosa gli passi sotto le mani. Cosa aggiungere di più?
Durata, setlist: 9 - Rococo si è persa da qualche parte, ma quando ogni canzone ti piace senza se e senza ma ne vorresti altre 100. 16 pezzi. 1 ora e mezza precisa, è pur sempre un festival.
Qualità del suono: 9 - non si poteva fallire con un artista di questo livello.
Luci ed effetti: 9 - Molto dark, difficile scattare foto, ma anche molto innovativa e ricercata, da rimanere a bocca aperta.
Organizzazione: 7 - Come al solito un po' di ritardo, ma nient'altro da segnalare. Il gruppo di supporto (bravi) rievoca Bjork.
Ambiente: 9 - pubblico in religioso silenzio durante gli assoli acustici di Jonsi. Solo i baritsti erano un po' "distratti".
Simpatia: 9 - il personaggio lo è fino in fondo, poche parole, ma lui è così e non si discute.
Capacità esecutive: 10 - una voce purissima, senza il minimo cedimento anche quando canta in acustico senza l'aiuto di alcun strumento.
Durata, setlist: 9 - tutto l'album solista e qualche inedito, ma il concerto va pensato nella sua globalità, come spettacolo, come un film. Anche se non si conoscevano le canzoni ci si poteva lo stesso emozionare.
Qualità del suono: 7 - al primo anello si sentiva bene, ma non oso immaginare al terzo.
Luci ed effetti: 9 - in questo si sono proprio sbizzarriti, ad iniziare dal palco in falsa prospettiva ed alle singole finestrelle con proiettori indipendenti.
Organizzazione: 6 - ok, l'evento non è facile da gestire, ma fatto sta che uno non può spendere delle cifre assurde per il primo anello per poi ritrovarsi una folla di dubbia provenienza davanti alle prime file oppure cavi e tralicci che censurano la visuale del palco.
Ambiente: 6 - c'è chi racconta che la platea fosse un macello, per non parlare degli abusivi provenienti dalle parti alte.
Simpatia: 7 - con una fidanzata italiana poteva impararsi qualche parolina di italiano in più oltre a grazzi e a telefonini!
Capacità esecutive: 8,5 - nulla da dire, perfetti nel loro ruolo.
Durata, setlist: 8 - un buon compromesso tra vecchio e nuovo, tra chi li segue dal 2000 e chi invece li ha conosciuti solo con quest'album commercialmente azzeccato (musicalmente zoppicante).
GLOBALE: 8,5
SETLIST
Uprising
Supermassive Black Hole
New Born
Map of the Problematique
Neutron Star Collision (Love Is Forever)
Guiding Light
Interlude
Hysteria
Nishe
United States Of Eurasia
Feeling Good (Leslie Bricusse & Anthony Newley cover)
MK Jam
Undisclosed Desires
Resistance
Starlight
Back In Black (AC/DC cover) feat. Nic Cester (Jet)