La prima neve dell'inverno caduta in giornata ha portato un po' di preoccupazione a chi sapeva già di arrivare un po' prima dell'apertura dei cancelli, in realtà tutto si è risolto con una molto più tranquilla attesa gelida, ma asciutta.
Organizzazione:
8 - ai Magazzini si sono dati da fare ultimamente, la precisione negli orari permette al concerto di avere il suo comodo spazio prima della serata disco. Tant'è che i Glasvegas hanno suonato un pezzo in più rispetto al previsto...
Ambiente: 8 - tipica serata prevedibile in ogni suo contorno. Il fatto che sia sabato aiuta il locale a riempirsi.
Luci ed effetti: 7
- essenziali, ma anche qui c'è stato del rinnovamento con un nuovo set di luci led e 2 teli per proiezioni video sullo sfondo; a volte sfruttati dalla band, a volte spenti.
Qualità del suono:
7 - il restyling dei Magazzini ha conivolto anche l'impianto audio e tutta la sistemazione della prima fila. Come inevitabilmente subìto anche nei precedenti concerti della band scozzese, i volumi sono possenti e i timpani sono rimasti sotto shock per 3 giorni.
Performance:
9 - terzo concerto, terza prima fila, da qui, nell'arco di questi 5 anni, noto tutti quei piccoli cambiamenti che hanno portato i Glasvegas ad una maturazione completa: Rab ha perso molti chili dall'ultima volta, e ora non beve più birra, Jonna è talmente disinvolta che non si capisce se stia ballando o suonando, Paul sempre rifugiato nell'angolo destro... e infine James, dalla voce lamentosa, ma potente, è tornato ad imbracciare la chitarra su quasi tutti i pezzi, è vero, forse si dedica meno al pubblico, niente più baciamano alla prima fila, niente pogo selvaggio tra la gente... James ora cerca più il dialogo; ne nascono così simpatiche scenette tradotte dalla voce fuori campo di Andrea al mixer, ma ne guadagna anche il suono, uno strumento in più completa il set.
Durata, setlist:
9 - 17 pezzi, tanti successi emozionanti, nessun calo di tensione. Il concerto è un viaggio senza meta e senza pause.
GLOBALE: 9 - dei veri professionisti... ahimè sottovalutati
La giornata che ci porta al tanto atteso concerto dei Keane è una delle più uggiose dell'anno, pioggia e nebbia in contemporanea ci incupiscono per tutto il viaggio e per tutta l'attesa in coda. Anche gli stessi Keane, entrando con il loro tourbus nella landa desolata del Parco Nord, chissà cosa avranno pensato, chissà se per un attimo non abbiano avuto un ripensamento.
Qualità del suono: 9 - apprezzabile il bilanciamento di tutti gli strumenti dove ovviamente le tastiere hanno gran risalto.
Luci ed effetti: 7
- un set di luci standard sapientemente diretto ed il logo dell'ultimo album che svetta sullo sfondo. Ma sbaglio o la scritta di Strangeland si accende solo sulle canzoni relative all'album?
Organizzazione: 8 - in orario sul ritardo annunciato, da Vivo Concerti, il giorno stesso su Facebook.
Ambiente: 8 - a parte il caldo soffocante (l'aria fresca fuori non mancava, fatela entrare in qualche modo!) il pubblico è dei migliori nel senso che si diverte senza rovinare la serata al prossimo.
Simpatia: 8,5 - gli anni trascorsi dall'ultimo concerto ci consentono di notare meglio quali aspetti si siano evoluti maggiormente e la cosa che si nota subito è la serenità e la scioltezza di Tom. Il pubblico, esaltato come pochi, lascia di stucco più volte il frontman che tenta di imbastire un paio di frasi in italiano per ringraziare, di quanto stia bene... le solite cose insomma. Promesse per un eventuale ritorno? Qualcuna, ma non troppo convinta. Nonostante l'accoglienza veramente entusiasta.
Capacità esecutive: 9 - sincronismi perfetti e alcuni pezzi dal finalino a sorpresa, Tim il solito esagitato, ma soprattutto Tom, l'unico cantante che si sia esibito con i Queen in grado di reggere meglio l'eredità di Mercury, e stasera l'ha dimostrato, seppur con i Keane la sua voce debba rispettare il ruolo e quindi sia molto più... gentile.
Durata, setlist: 9 - maledetto setlist.fm! Dal sito si scopre che due sere prima ne avevano suonate 2 in più chiudendo il concerto con Under Pressure, ma il giudizio non può che essere positivo, con ben 6 pezzi da H&F (ove risiedono indubbiamente i brani più emozionanti) il quadro della loro carriera è completo.
GLOBALE: 8,5 - se sia stato il gran ritorno dei Keane o solo un'improvvisata estemporanea ancora non possiamo dirlo, ma che sia stato un gran concerto ne siamo certi. Il sole di Strangeland splende su Bologna.
Wikipedia dice bugie, i Mumford and Sons non sono un gruppo folk, il termine è piuttosto limitante. I loro successi più travolgenti lo sono, ma non tutti. Essi infatti spaziano da pezzi a dir poco minimalisti ad improvvise accelerazioni, dallo swing di Dust Bowl Dance al finalone pop di Lover of the Light per poi lasciarsi andare nella coralità rock di Whisper in The Dark in cui gli elementi sul palco sono almeno una decina: fiati, violini, contrabasso, oltre al loro affezionato banjo... in questa pluralità richiamano molto gli Arcade Fire. Non sono tutti polistrumentisti, ma i musicisti sul palco vanno e vengono con una certa frequenza provocando in chi ascolta sbalzi di umore imprevisti.
Qualità del suono: 10 - la discrezione nel calare un concerto rock nel mezzo di una città forse ha contenuto i volumi, così ogni strumento aveva il suo spazio nel timpano.
Luci ed effetti: 8,5
- un'atmosfera intimista e calda come in una enorme ed accogliente camera da letto.
Organizzazione: 9 - nessun problema da segnalare, forse la coda all'ingresso andava un pochino più disciplinata. Ottima la scelta della location! Finalmente la storia dell'architettura italiana è stata valorizzata. Ricavare una piccola arena ai piedi del Papa è stata un'idea geniale oltre che comoda ai fini pratici, sia per chi organizza, sia per chi del concerto fruisce.
Ambiente: 8 - pubblico su di giri e scatenato in platea, più composto e più attempato sulle gradinte e ai bordi alti della piazzetta. I palazzi oscurano il sole e l'aria di mare rende il caldo più sopportabile.
Simpatia: 8,5 - altra imprecisione di Wikipedia: siamo sicuri che Mumford e figli siano inglesi?! Parlano tutti un fluente italiano! Esagerazioni a parte, hanno sfoggiato discorsi anche piuttosto complicati per uno straniero. Presumo che il tastierista Ben Lovett abbia origini italiane. Marcus mostra spesso un sorriso sorpreso quando tutto il pubblico dimostra di conoscere i testi a memoria.
Capacità esecutive: 8,5 - il leader infortunato ad una mano delega spesso l'uso della chitarra/banjo limitandosi alle percussioni. La sua voce è comunque impeccabile dall'inizio alla fine.
Durata, setlist: 9 - 16 pezzi, i successi si alternano a momenti di "quiet". 3 buone nuove canzoni che "proviamo a suonare per primo tempo in italia".
Era il 1998 quando i Manics si esibirono per l'ultima volta in Italia. Io li avevo appena scoperti grazie a quel capolavoro di This Is My Truth, Tell Me Yours rimasto in cima alla mia personale classifica per anni. A quei tempi, però, non ero ancora quell'indie-rockettaro che non si perderebbe un live per niente al mondo; e fu così che i Manics non tornarono mai più nel Bel Paese (matrimonio di James a parte). Poi, col tempo, con la mancanza di un riscontro live, la passione si è affievolita e, non dico di averli abbandonati, ma sicuramente li ho trascurati per lunghi periodi.
Sicché, 14 anni dopo, con l'occasione (e che occasione!) del tour europeo in cui hanno portato in giro i loro più grandi successi, mi sono deciso ad emigrare in Germania per riuscire a materializzare una band che ormai stava occupando nel mio immaginario una dimensione eterea.
Un salto spazio - temporale quindi, un viaggio di 600 km in auto, un tuffo nel passato di un decennio... e l'umanizzazione dei 3 musicisti che ho sempre visto così lontani e irraggiungibili è compiuta!
Infatti, averli a pochi metri, senza barriere a interferire la visuale, si notano alcuni dettagli che rivelano i loro caratteri e le loro abitudini: tutti e tre sono veri professionisti, potranno sembrare inutili particolari, ma dietro di loro si notano borracce personalizzate, non la
solita birra; suonare 23 pezzi (a 42 anni) senza fermarsi in un locale in cui ci
saranno stati 30° non è cosa possibile a tutti. Ma non solo quello.
Coinvolgere, saltellare, raccontare... e poi
sorridere e divertirsi.
Nicky, in particolare, è sempre sorridente nelle sue movenze plastiche e a quanto scrive nei suoi tweet si percepisce una persona che ha mantenuto i piedi per terra (si lava da solo le magliette nel lavandino dell'hotel) e che tutt'ora è entusiasta e divertita della vita in tour.
James D. è uno dei migliori in assoluto; riesce ad associare ad una voce graffiante e possente un'abilità alla chitarra impeccabile.
Sean non manca un colpo. E' molto professionale, lo si vede da come imposta il suo lavoro, munito di guanti, al buio, schivo dietro alla batteria.
Non facciamo paragoni con i Gallagher o altri musoni simili.
Li avvicinerei, vista anche la loro disponibilità del post-concerto, ai Travis.
Quindi i voti:
Qualità del suono: 8 - la prima fila non è che sia il posto migliore per ascoltare bene un concerto, ma l'impressione è buona.
Luci ed effetti: 5
- locale piccolissimo, palco altrettanto. Qui a Monaco niente alberelli luminosi. Ci sono però il puma e il cane cristallizati a fare di guardia al palco.
Organizzazione: 6 - per certi versi un po' all'acqua di rose. Ma come puntualità i tedeschi non sgarrano.
Ambiente: 4 - i Magazzini Generali di Germania sono stretti e bassi, un caldo incredibile ed inaspettato. Impianto dell'aria probabilmente non funzionante. Lasciamo stare poi quei 3 che sono passati avanti in fila...
Simpatia: 9 - ahimé non ho capito tantissimo di quello che diceva James, ma come detto, chi si diverte trasmette anche divertimento ed entusiasmo.
Capacità esecutive: 10- si conoscono a memoria ma riescono comunque a far sembrare che stiano suonando quel pezzo per la prima davanti dal vivo.Non è da tutti.
Setlist: 9 - non poteva esserci tour migliore per vederli, le canzoni scelte sono tutti singoli e soprattutto ci sono ben 23 brani in scaletta e non i soliti 16. Non si meritano 10 perchè una tra Masses Against The Classes o Autumn Song avrebbero dovuto farla (opinione personalissima). E' una scaletta che guarda molto al passato e taglia completamente e rigorosamente Journal For Plague Lovers in quanto non ne sono stati estratti singoli.
GLOBALE: 9,5 - finally!
SETLIST
Motorcycle Emptiness
Your Love Alone Is Not Enough
Ocean Spray
Love's Sweet Exile
(It's Not War) Just The End Of Love
The Everlasting
Found That Soul
Suicide is Painless (Theme from MASH)
The Love Of Richard Nixon
Revol
Tsunami
A Design For Life
From Despair To Where
There by the Grace of God
You Love Us
Everything Must Go
Slash 'n' Burn
This Is The Day
You Stole The Sun From My Heart
Some Kind Of Nothingness
Little Baby Nothing
Motown Junk
If You Tolerate This Your Children Will Be Next
Che nulla sia lasciato al caso lo si nota anche dalla massima riportata
alla fine della setlist, già sapendo che sarà preda dei fan delle prime
file: “Youth is a circumstance you can't do anything about. The trick is to grow up without getting old.”
Frank Lloyd Wright
Sold-out. L'ultimo splendido doppio album degli M83 ha riempito i Magazzini, e, per una volta dopo tanti concerti, anche il gruppo che apre è perfettamente in tema con la serata. Niente sbadigli quindi. C'è una certa attesa anche nel vedere questo talento italiano che sembra invece un prodotto di musica alternativa scandinava assimilabile ai Raveonettes o ai Ladytron... Porcelain Raft di fatto è una sola persona, ma coinvolge come una band al completo, la sua musica è atmosfera cupa che si apre a sprazzi di speranza. Nel suo sito è possibile ascoltare tutti i suoi EP tranne l'ultimo.
Qualità del suono: 8 - sembra buono, nonostante l'imponenza del suono di certi pezzi le voci si continuano a distinguere.
Luci ed effetti: 7,5
- M83 è una galassia e più precisamente la Galassia Girandola del Sud. Inevitabile quindi il richiamo nella scenografia all'elemento astronomico per non dire alieno: l'alieno che si presenta sul palco per primo e le stelle che si accendono sul fondale. Il tutto arricchito da tubi a led verticali dai colori cangianti.
Organizzazione: 5 - non lo so, ultimamente ai Magazzini Generali non si capita bene, molti spettatori erano convinti che il concerto cominciasse molto più tardi per via di comunicazioni errate presenti nei vari siti. Per caso mi sono informato solo appena prima di partire e quindi ho letto gli orari corretti, se non che, gli M83 sono usciti in ritardo (rispetto a quanto ne sapevo io) e poi sono stati probabilmente costretti a tagliare un pezzo.
Ambiente: 6 - apprezzabile sicuramente il sold-out e l'entusiasmo, forse meno apprezzabili le motivazioni dietro a questo tutto esaurito che, prima fila a parte, era composto per la maggioranza di gente che pensava forse di assistere ad una serata disco/punk; delirio, pogo selvaggio, surfing, e poco, pochissimo rispetto per i momenti che avrebbero dovuto impreziosire la serata. Sto parlando di una certa "Wait" che va ascoltata in religioso silenzio, purtroppo il pubblico non è lo stesso di Jonsì.
Simpatia: 8 - giusto per chiarire le idee, questo è un concerto comunque anomalo rispetto ai soliti a cui assistiamo, si tratta di musica elettronica/alternativa e di un gruppo che gruppo non è perchè formato da una persona sola. Alle 21.40 scopriamo quindi la formazione sul palco: Anthony Gonzalez è al centro con la sua montagna di campionatori/sintetizzatori, sulla sinistra un giovanotto polistrumentista che si agita in certe occasioni come un matto, ricordando nelle movenze alcuni componenti degli Arcade Fire; sulla destra troviamo una irriconoscibile Morgan Kibby, che fino a poco tempo fa si nascondeva dietro ad occhialoni dalla montatura spessa ed altrettanto frangettone retrò, lei è la tastierista, cantante nonché coautrice di alcuni brani. Dietro di loro il batterista di batteria acustica (anche se molte percussioni poi sono campionate). Tra i 4 c'è molta sintonia e si ritrovano a memoria, non si risparmiano in niente ed escono di scena fisicamente provati.
Capacità esecutive: 9 - se è vero che sintetizzatori ed effetti vari la fanno da padrone è anche vero che sono gestiti nel migliore dei modi. Le parti di canto sono impeccabili e meno effettate rispetto alle versioni di studio. Alcuni pezzi sono quasi irriconoscibili.
Durata, setlist:
7 - esaltazione preconcerto nello sbirciare la scaletta e nel notare "Don't Save Us From The Flames", altrettanta delusione ed incomprensione nel momento in cui non l'hanno eseguita. Rileggendo le setlist passate ho notato che non la fanno spesso, forse la tengono come jolly o forse causa ritardo l'hanno segata. Peccato perchè è probabile che molti dei presenti abbiano conosciuto gli M83 per quella canzone. Per il resto si alternano canzoni più rock ad altre molto più dance, tutte comunque riviste in chiave live per meglio travolgere e stupire il pubblico.
Quasi sembra fatto apposta. Noel Gallagher il giorno dopo Paul McCartney. L'erede al trono del britpop che virtualmente ne raccoglie il testimone. La ciliegina sulla torta confezionata la sera precedente. Anche perchè, senza nulla togliere al Genius di Manchester, le proporzioni sono quelle.
Qualità del suono: 9 - a differenza dei concerti oasissiani, la voce di Noel non sembra più quella di una gallina strozzata.
Luci ed effetti: 7,5
- senza infamia e senza lode.
Organizzazione: 7 - si fuma tranquillamente sotto gli occhi della sicurezza. Per il resto tutto ok.
Ambiente: 7 - "Noel Noel Noel Noel Noel..." sono i cori inevitabili da parte dello zoccolo duro.
Simpatia: 8,5 - forse che forse il nostro noto antipatico per convenzione abbia imparato qualcosa dal concerto della sera prima? Oppure più semplicemente si trova liberato dalla presenza ingombrante dell'ancora più antipatico fratello minore? Fatto sta che Noel sfodera la sua vera simpatia (di solito apprezzabile solo dalle interviste rilasciate in patria) e interagisce col pubblico. Il tema della serata è Masterplan. La folla la invoca e lui ovviamente non la accontenta (è nota la rigidità della scaletta degli Oasis) però gliela fa credere (anche se nessuno probabilmente ci casca) e quindi ci gira in giro più volte lanciando pure un sondaggio su quale canzone dovesse suonare per ultima. L'applausometro però indica DLBIA.
Capacità esecutive: 9 - nessuna sbavatura, è il Noel che tutti conosciamo. Buona la band che lo accompagna. Apprezzabili gli inserti di tastiera che a tratti sostituiscono gli originali eseguiti a chitarra.
Durata, setlist: 7 - non è l'ideale assistere a quasi 3 ore di concerto la sera prima e ad 1 e mezza precisa la sera successiva. Manca qualche ottima canzone del nuovo album come Stop The Clocks e oltretutto l'archivio Oasis è ben fornito, ma si sa, i contratti sono questi.
GLOBALE: 8,5 - nonostante dalle retrovie non abbia visto quasi niente è stato uno dei migliori concerti degli Oas... erm... di Noel a cui abbia assistito. Le nuove canzoni sanno il fatto loro.
Orbene, mai recensione sarà più inadeguata di questa. Per il semplice fatto che Sir. Paul rappresenta per ognuno di noi qualcosa di diverso, qualcosa che fa parte della propria storia personale tanto quanto della storia della musica e non solo. Sarebbe come parlare di Carlo Magno, Garibaldi, Il Duce... cosa aggiungere rispetto a ciò che la Storia con la lettera maiuscola non abbia già sentenziato?
Qualità del suono: 9 - nessun difetto, nessuna pecca di rilievo, da ogni posizione.
Luci ed effetti: 9
- i 2 megaschermi laterali facilitano la visione a chiunque, soprattutto per la loro posizione simmetrica e slanciata. Mentre lo schermo a pixeloni led che fa da fondale proietta filmati a tema. Lo spettacolo pirotecnico associato a Leave and Let Die fa di quel momento forse la miglior canzone live fin qua da me ascoltata insieme a Confortably Numb.
Organizzazione: 0 - si esatto, zero. E con organizzazione ci metto dentro tutti, non solo l'organizzatore ufficiale. Le colpe per questi grandi eventi sono di tutti: dai vigili urbani (totalmente assenti), ai parcheggiatori che non smistano il traffico in uscita, alla security che ti assilla per una foto in più, ed a chi ha pensato che quella struttura, così predisposta, vada bene ad accogliere 15.000 persone per 100 volte all'anno! Apertura porte in ritardo di quasi 1 ora con conseguente assideramento. Disposizione della coda anarchica, ma mantenuta abbastanza composta solo per la correttezza di chi la componeva. Insomma, come già detto altre volte, il Forum di Assago non è nato per i concerti, non è strutturalmente adeguato ad accogliere flussi di persone in entrata e peggio ancora in uscita. I venditori di magliette che si piazzano nel tunnel che porta al parcheggio e che rallentano il deflusso della gente, aiuole, recinzioni, marciapiedi, tutto sembra messo lì come ostacolo ed impedimento a chi dovrebbe usufruire del palazzetto. Senza contare l'ossessione per le fotocamere reflex per cui un addetto sfondava direttamente la folla per venirti a prendere e per sciogliere nell'acido la tua macchina fotografica. Ok, se fotografare è un reato gravissimo, però allora andiamo a prendere allo stesso modo chi fuma indisturbato tutte le sigarette che vuole! E non ditemi che non si nota la colonnina di fumo, sono perfettamente individuabili.
Ambiente: 7 - come già detto il pubblico è stato composto sia in coda che durante il concerto. I soliti pochi "dispettosi" però riescono sempre a metterci del loro. Temperatura del locale esagerata, soprattutto dopo i fuochi.
Simpatia: 10 - si può dire che abbia conosciuto Paul solo questa sera.. e lo definirei (per chi segue questo blog) come un Fran moltiplicato per il peso storico che si porta sulle spalle. Gioca, scherza il e con il pubblico. Spiega questa e quell'altra canzone, si muove come un grillo tra una chitarra ed un pianoforte. Parla in italiano alla perfezione (leggendo) e non si ferma mai se non dopo 2 ore e mezza abbondanti!
Capacità esecutive: 10 - non lo so, non si può giudicare! Non si può!
Durata, setlist: 10+ -impossibile lamentarsi, "manca questa", "ah già non ha fatto quell'altra!", ma come si fa? Il concerto sarebbe dovuto durare 6 o 7 ore! "Adesso dobbiamo andare!" dice Paul alla fine del sogno.
GLOBALE: 10+ - per me era inimmaginabile, che ne so, a 6 anni, vedere un giorno un
concerto del genere, dopo gli innumerevoli ascolti (grazie ai genitori),
dopo averle suonate con tutti gli strumenti, dopo aver visto documentari, speciali, dopo averli sentiti risuonare nell'aria, sempre, ovunque... e dopo comunque 80 concerti di ogni altro genere... è impossibile per ora rendersene conto.
SETLIST (non solo Beatles ovviamente)
Hello, Goodbye [The Beatles]
Junior's Farm [Paul McCartney & Wings]
All My Loving [The Beatles]
Jet [Paul McCartney & Wings]
Drive My Car [The Beatles]
Sing the Changes [The Fireman]
The Night Before @Song[The Beatles]
Let Me Roll It [Wings]
Paperback Writer [The Beatles]
The Long and Winding Road [The Beatles]
Come and Get It
Nineteen Hundred and Eighty-Five [Wings]
Maybe I'm Amazed
I've Just Seen a Face [The Beatles]
I Will [The Beatles]
Blackbird [The Beatles]
Here Today
Dance Tonight
Mrs Vandebilt [Wings]
Eleanor Rigby [The Beatles]
Something [The Beatles]
Band on the Run [Wings]
Ob-La-Di, Ob-La-Da [The Beatles]
Back in the U.S.S.R. [The Beatles]
I've Got a Feeling [The Beatles]
A Day in the Life / Give Peace A Chance [The Beatles]
Let It Be [The Beatles]
Live and Let Die [Paul McCartney & Wings]
Hey Jude [The Beatles]
The Word/All You Need Is Love [The Beatles]
Day Tripper [The Beatles]
Get Back [The Beatles]
Yesterday [The Beatles]
Helter Skelter [The Beatles]
Golden Slumbers / Carry That Weight / The End [The Beatles]
Replica, condita con i nuovi pezzi, del concerto relativamente recente avvenuto sempre qui all'Alcatraz nel 2010:
Qualità del suono: 7 - due anni fa l'impressione era stata ottima, potenza che valorizzava la musica della band inglese. Quest'anno la potenza stessa ha rovinato più che altro le voci, distorcendole un po'.
Luci ed effetti: 8
- atmosfera cupa e riflettori che si muovono e puntano verso il pubblico, da metà sala l'effetto è suggestivo.
Organizzazione: 7
Ambiente: 7 - è chiaro che ad un concerto del genere si poga di brutto ed allora, sapendolo prima, si sta un po' in disparte. Peccato che qualcuno debba per forza fumare anche se non si può e che nessuno pensi di punirli o almeno di farli smettere.
Simpatia: 9 - i fan puntano sull'italianità di Serghio Pizzorno i cori sono tutti per lui, il quale ricambia con innumerevoli gesti di affetto e devozione, finalmente si è lasciato andare rispetto alle precedenti apparizioni; ha capito come accontentarci, e insieme a poche parole in italiano (ma pronunciate benissimo), ci infila pure l'Inno di Mameli accennato dal trombettista prima di Take Aim. Il gruppo è unito, cenni d'intesa e battute (a noi ignote) condiscono con sorrisi tutta la serata.
Capacità esecutive: 9 - spettacolo confezionato senza pause, ogni pezzo (o quasi) è collegato a quello successivo. Tastiere, fiati, sintetizzatori, tutto concorre a produrre un suono compatto che crea un'atmosfera dark, rock... sembra di essere immersi in una perenne Within Without You / Tomorrow Never Knows (Beatles).
Durata, setlist: 8 - ci sono tutte, forse qualcosa meno. Finale devastante!
Concerto allegato al tour di presentanzione di questo nuovo lavoro dal titolo che fa pensare: The Future Is Medieval. Con questa uscita la band ha sfornato una ventina di canzoni nuove nuove e poi è stata data la possibilità ai fans di costruire il loro album personalizzato scegliendone 10. Ci ho provato ma non è semplice perchè se ne vorrebbero inserire almeno 12 - 13.
Ma veniamo al concerto:
Qualità del suono: 7 - ero molto avanti, piuttosto defilato, e l'impressione era quella che la voce fosse nella sala a fianco. Ma diciamo che un po' me la sono cercata. Il posto dove si sente meglio è vicino a chi il suono lo comanda.
Luci ed effetti: 4
- troppo buio per foto decenti, sono le solite luci dei Magazzini senza nessuna aggiunta e per di più manovrate con poca passione. Pessimo.
Organizzazione: 9 - hanno aperto in ritardo ma poi tutto ha avuto scadenze precise al secondo, nonostante l'avere 2 gruppi di supporto non faciliti le cose. A tal proposito... I Tribes tanto decantati mi son sembrati insignificanti, altro che nuovi Libertines! Mentre invece i Transfer sono stati interessanti, approfondirò...
Ambiente: 6 - Magazzini in gran spolvero, puntuali, puliti, temperatura accettabile. Purtroppo poi il "posto unico" non ti garantisce nulla, il che lascia spazio ai soliti furbi che arrivano alle 21.30 ma raggiungono non la seconda, ma pure la prima fila. Odiosi.
Simpatia:
10 - i Kaiser nulla sarebbero senza l'espressività di Ricky Wilson, il frontman che tiene la scena come nessun altro, riempie il palco, la musica, l'intera serata. Presentatosi in scena con messa in piega soffice e cotonata, quest'ultima ha lasciato presto spazio allo sconvolgimento sudato dei suoi movimenti pazzi. Ruota con precisione e velocità asta e microfono, si sporge sul pubblico e, come pronosticato, non s'è fatto scappare il tour del ballatoio dei Magazzini!
Capacità esecutive:
8 - musica confezionata a memoria. Nonostante l'imprevedibilità del cantante tra loro c'è comunque una sincronia perfetta. Da segnalare la dissonante Man on Mars cantata dal batterista. Wilson tiene alla perfezione anche i ripetuti "Uoooaaaahhhh" sparsi qua e là nella scaletta che sono il marchio di fabbrica della band.
Durata, setlist: 8 - di certo è una scaletta perfetta nelle scelte, nettamente meglio dell'ultima (Alcatraz 2009), però è anche ora che i concerti durino un po' di più, in modo da arrivare almeno all'ora e tre quarti.
GLOBALE: 8,5 - lo slancio, la potenza e la gioia racchiusi in 1 ora e mezza.
Qualità del suono: 6 - ero in una buona posizione centrale e quindi, a differenza di altre volte, avrei dovuto sentire meglio. Considerando che la loro musica ha pretese di raffinatezza e ricerca ho trovato che questo loro impegno è stato un po' rovinato dai toni bassi che tendevano a coprire tutto il resto, voce e violino compresi.
Luci ed effetti: 7 - coreografia a LED del locale coordinata con la musica. Suggestiva la palla roteante di cristallo che durante uno degli ultimi pezzi ha creato un'atmosfera inedita per un concerto.
Organizzazione: 7 - buona ma comunque la tendenza è sempre quella di ritardare di almeno mezz'ora gli orari indicati nei siti e sui biglietti stessi.
Ambiente: 5 - capisco che è un autunno anomalo, ma vogliamo fare entrare un po' di aria in questo benedetto tunnel?!
Come nota negativa da segnalare anche il chiacchiericcio continuo e fastidioso del pubblico sui pezzi lenti, il che mi fa sospettare che ci fossero molti invitati a cui non gliene fregasse niente, ma erano lì solo per fare numero. L'avessero fatto con Jonsi...
Simpatia: 8 - eleganza e stile. Come ad una sfilata la band entra da una porta laterale sotto gli occhi stupiti del pubblico stesso che deve attraversare per poter salire sul palco. Tentativi di brevi discorsi in italiano molto apprezzati. Ammiccamenti e pose plastiche limitate dalla superficie stessa del palco molto limitata.
Capacità esecutive: 8 - i NATW sono musicisti che sanno il fatto loro. La strumentazione classica un po' particolare condita di sintetizzatori e campionatori sembra quasi sacrificata sul palchetto, ma alla fine tutto prosegue nel migliore dei modi senza tentennamenti. La voce di Charlie Fink si sa, non è potentissima, infatti tende un po' a sparire sui pezzi più rock (se così si possono definire).
Durata, setlist: 8,5 - una scaletta direi completa. Ovviamente è stato dato molto spazio ai nuovi pezzi, ma, essendo io un fan dell'ultima ora, la cosa non mi è dispiaciuta. Grandissimo finale struggente con "The First Days Of Spring" in versione potenziata.
Qualità del suono: 8 - non ho notato particolari problemi anche se molti dalle retrovie dicevano che il volume fosse troppo basso. Le vibrazioni basse di inizio concerto sono solo l'aperitivo piccante rispetto a quel che verrà.
Luci ed effetti: 8 - gli stessi dell'anno scorso. Puntuali e precisi variano con l'atmosfera da ricreare.
Organizzazione: 9 - gli orari sono stati rispettati in entrambi i concerti. A Lucca fa sempre strano di come si possa svuotare una piazza e tutti i locali che ivi si affacciano in così poco tempo.
Ambiente: 8 - il caldo tropicale ci ha risparmiati, le zanzare no (a Milano). Il pogo selvaggio a centro platea a Milano mi è sembrato un po' eccessivo. A Lucca il pubblico è stato più composto.
Simpatia: 8 - dunque qui il discorso è un po' delicato. Per quel che riguarda il coinvolgimento emotivo, l'empatia e la passione che tutti i componenti della band ci mettono (Will su tutti), allora nulla da dire. Questa è la loro forza devastante. Poi però succede, per ben due volte, che Win a Lucca si riprende, con una certa rabbia, il tamburello che era arrivato al pubblico. Episodio che nessuno ha compreso... E come non considerare che Régine (e di conseguenza anche Win) sia terrorizzata dai fan (e probabilmente dalle loro foto flashate) evitandoli come la peste nel dopo concerto. Certo questo vuole essere solo un appunto, perchè forse è giusto così, lei deve rimanere sempre la fatina della musica, dalla vocina sottile e dai mille brillantini colorati.
Capacità esecutive: 10 - non esiste altra band con un tale eclettismo innato in ogni componente che scalpita e ci mette l'anima in ognuno dei 3-4 strumenti che deve suonare durante la serata.
Durata, setlist: 9 - se sommiamo le due serate ogni album è stato onorato come si deve (come non citare la perla a sorpresa: My Body Is A Cage); ed è ammirabile quanto abbiano cercato di cambiare e stravolgere la scaletta da Milano a Lucca, arrivando addirittura a separare PowerOut da Rebellion senza che se ne sia sentita la mancanza (quest'ultima era legata a Month Of May), diciamo che la prevedibilità non è una loro caratteristica, infatti il primo concerto si è concluso con una sfavillante Sprawl II piuttosto che con la classica Wake Up.
Non è facile cimentarsi in questa recensione, è un po' come rovinare o svelare troppo di un'esperienza sensoriale unica.
Qualità del suono: 10 - la quadrifonia ce l'hanno solo i Pink Floyd. Quando ti sembra che un elicottero ti stia atterrando sulla testa o che ci sia veramente un gruppo di dannati in un'ala del palazzetto o che qualche sorta di mostro ti stia urlando nelle orecchie, allora questa è la massima perfezione che si può pretendere.
Luci ed effetti: 10 - dice la leggenda che alla prima proiezione dei Fratelli Lumière il pubblico sia scappato fuori dalla sala poiché convinto di essere effettivamente investito dal treno. Ecco, la stessa sensazione di timore penso che si sia provata ieri sera: personaggi mostruosamente imponenti si concretizzano enormi ai lati del palco e poi gli stessi li ritrovi proiettati sul Muro in tutta la loro inqueitudine, e gli effetti sonori che li accompagnano sono così reali che quasi ti senti quasi in guerra... il coinvolgimento è totale.
Mi ha lasciato di stucco anche la precisione dei proiettori che sono calibrati al centimetro per accendersi solo quando il singolo mattone viene posizionato: in questo modo ogni mattone di cartone prende potenzialmente vita e diventa qualsiasi cosa pur rimanendo sempre fermo fino alla fine.
Organizzazione: 10 - un professionista serio e maniaco della perfezione si circonda di collaboratori di altissima professionalità, dal semplice operaio al tecnico luci, grazie a ciò è quindi possibile costruire un palco iniziandolo alle 2.30 di notte e terminandolo nel pomeriggio successivo ed avere comunque una puntualità precisa al secondo per l'inizio dello spettacolo.
Ambiente: 9 - molti padri con figli, molti padri e basta, qualche giovane. Pubblico entusiasta ma composto (perlomeno nei posti a sedere della platea).
Simpatia: 8 - qualche parolina in italiano, qualche accenno al Muro simbolo di un suo periodo particolarmente introspettivo, ma per il resto è un Waters concentrato sullo show stesso.
Capacità esecutive: 10 - musicisti di altissima qualità ed esperienza circondano un Waters in piena forma fisica e vocale. Ottimo anche il cantante che esegue le parti di Gilmour.
Durata, setlist: 9 - dare un voto alla scaletta sarebbe come darlo all'intero album The Wall.
GLOBALE: 10+ - inevitabile il 10 e lode, la perfezione per quel che riguarda la storia dei concerti, ma anche del teatro e del cinema sta tutta riassunta in un unico spettacolo. Il momento in cui Waters colpisce il muro chiuso facendolo esplodere in milioni di mattoni colorati di milioni di colori è la concentrazione di tutte le emozioni che si possono provare ad un concerto.
Finalmente, dopo 6 anni di attesa, torna un gruppo che è sempre stato al limite per diventare grande anche in Italia, ma che a conti fatti ha trascurato per lungo tempo il nostro paese. Ciò non ha scalfito, però, lo zoccolo duro di fan che partecipano numerosi alla community italiana su Facebook.
Purtroppo Grant ha accusato problemi di voce nella seconda metà del concerto lasciando incompiuta l'opera di riconquista dell'Italia.
Qualità del suono: 7,5 - bisogna ammettere che la qualità del suono del Magnolia aumenta con la distanza e se, con i Glasvegas ero troppo vicino, ora, una decina di metri più indietro il concerto è musicalmente più godibile.
Luci ed effetti: 6 - praticamente, per pura coincidenza, lo stesso allestimento dei Glasvegas in versione semplificata.
Organizzazione: 4 - ritardo sistematico. Bisgona arrivare coscienti che, anche se il giorno dopo si lavora, si torna a casa molto tardi. Ho perso completamente gli Ultima (a che ora hanno suonato?! Alle 21?) ed i Feeder erano sul palco alle 23 passate, il tutto sapendo che il programma ufficiale dava come inizio concerto le ore 22. Mah...
Ambiente: 8 - locale pieno di fan devoti (ripeto: grazie anche ad una community molto attiva) e lunga fila all'ingresso. Temperatura fresca, ma poi ci si scalda saltando.
Simpatia: 8 - i Feeder hanno la faccia da bravi ragazzi e quindi anche nel momento in cui Grant abbandona (scusandosi abbondatemente, anche in seguito via Facebook, e stringendo le mani ai fan delle prime file) non vi è nessuna protesta da parte del pubblico. Certo rimane la delusione. Certo rimane il pensiero che qualcosa in più avrebbero potuto fare: magari facendo cantare al pubblico il gran finale mancato (Just A Day).
Prima di uscire Grant si raccomanda di acquistare il loro singolo Side By Side uscito questa settimana, che ha uno scopo totalmente benefico, a favore della Croce Rossa intervenuta dopo il terremoto in Giappone.
Capacità esecutive: 8,5 - rock melodico fluente, band potente, sintonia perfetta, cantante dalla voce giusta al posto giusto.
Durata, setlist: s.v. - non giudicabile. Possimo dire che Seven Days In The Sun è stata molto apprezzata, ma la chisura anticipata ci ha lasciato con l'amaro in bocca per quel che poteva essere il finale di concerto.
GLOBALE: 7 - impressione globale compromessa, ma se ci sarà un altro concerto dei Feeder in Italia, non mancherò certamente. Loro stessi erano stupiti per l'affluenza e l'accoglienza calorosa, speriamo che ne tengano conto per il futuro.
Grande attesa per questo evento che ha mandato sold-out l'Alcatraz già diverse settimane prima del concerto, grazie ad una promozione intensa: Liam e soci sono stati intervistati praticamente da tutte le radio nazionali, senza parlare di giornali, riviste e televisioni; forse avevano paura di una certa disaffezione o disorientamento per il cambio di nome della band.
Qualità del suono: 7 - cominciando dagli aspetti tecnici l'audio era buono ma non eccelso. Liam non è facile da gestire e la sua voce, rispetto ad altre volte, era ben distinta.
Luci ed effetti: 7 - riflettori posteriori e immagini proiettate sullo sfondo. Purtroppo queste immagini erano statiche: semplici pseudo copertine per quasi ogni canzone. Buone le luci in perfetta sincronia con la musica.
Organizzazione: 6 - diciamo che sono stati puntuali, ma non mi è piaciuta la gestione degli ombrelli, per cui all'ingresso se ne è accumulata una montagna, ritrova poi il tuo all'uscita se sei capace. Il guardaroba in sala transennato e separato dalla platea ha creato non pochi problemi alla folla in uscita.
Ambiente: 6 - locale caldo e soffocante a tratti. Pubblico esaltato ma non troppo, si è visto di peggio all'Alcatraz. I Beady Eye, comunque, sono stati capaci di richiamare sia vecchi britpoppiani che nuovi fan (tra il pubblico molti ventenni più che trentenni).
Simpatia: 7 - Liam è Liam, ma gli Oasis sono altra cosa. Agli Oasis bastavano canzoni pregevoli e l'unicità dei personaggi; i Beady Eye necessitano di quel qualcosa in più che non c'è. Ho apprezzato le scuse di Liam per il pacco che ci hanno tirato 2 anni fa rifilandoci i Deep Purple. Ed è stato pure apprezzabile il suo mantello tricolore proprio alla vigilia del nostro compleanno.
Capacità esecutive: 7,5 - quando sale la nostalgia con lo sguardo si va a cercare il fratello maggiore sulla destra, ma al suo posto c'è Gem che sembra l'unico a darsi un po' da fare. Ora, senza Noel, sia Gem che uno svogliato Andy devono fare le contro voci per sostenere, come sappiamo, la voce un po' precaria di Liam, il quale, bisogna ammettere, ha retto bene anche canzoni leggermente fuori dalle sue corde. Il giovane bassista dalla pettinatura improbabile è chiaramente un manichino dell'OVS, sembra terrorizzato. Deluso da Chris, il batterista, che, a differenza di altre volte, sembra un po' giocare facile e si risparmia sull'assolo finale di The Morning Son.
Durata, setlist: 5 - non ci siamo. Volete affermare la vostra identità? Benissimo. Una carriera gloriosa per ogni componente non basta? No. Risultato: 1 ora scarsa di concerto. Solamente un bis. E' assurdo rinnegare gli Oasis, suonate qualcosa di vostro, evitate i pezzi di Noel, ma qualcosa andava fatto. Persino i White Lies o anche i Glasvegas al loro primo tour hanno suonato di più!
Nonostante tutto, le nuove canzoni hanno un loro perchè: la conferma è che, nonostante sembri la sigla di un cartone animato anni 80, The Beat Goes On è la miglior sorpresa dell'album; oltre a questa i pezzi più lenti sono comunque quelli che riservano più emozioni (Kill For A Dream, For Anyone). Da segnalare anche la potenza di Standing On The Edge Of Noise. Bisogna ammettere, però, che il lato più rock si basa su banali giri di blues che ormai annoiano. Alcuni pezzi passano in fretta nel dimenticatoio.
GLOBALE: 7,5 - buona prova del fratellino minore, che riesce a staccarsi dall'ombra di The Chief senza troppi traumi e con orgoglio porta avanti la sua band. Chissà se un giorno li rivedremo insieme. E' probabile. Stasera la curiosità ha attirato parecchio pubblico, ma non penso che tra qualche mese possano riempire il Forum di Assago.
Qualità del suono: 3 - spero che in fondo si sentisse un po' meglio perchè nelle prime file non era musica, ma frullato di note. La voce del cantato era inesistente e il basso faceva vibrare le sottili pareti di plastica, perchè il Magnolia è, di fatto, un tendone semi-provvisorio. Forse abbassando un po' il volume alcuni di questi problemi si sarebbero risolti, dopotutto il posto è molto piccolo!
Luci ed effetti: 7,5 - nella sua semplicità il palco è stato ben allestito in poco spazio e con un paio di astuzie luminose (luci calde dal basso e barre colorate retrostanti) l'atmosfera era quella giusta per questo concerto. Particolare il cavo del microfono luminoso bianco che avvolgeva anche tutto il perimetro del palco.
Organizzazione: 5 - ritardi su ritardi: Glasvegas sul palco alle 23.20. Lo stesso James Allan, appena arrivato, si è scusato col pubblico dandosi la colpa. Perdonato.
Ambiente: 6 - ambiente ristretto e anche un po' fresco, ma va anche bene, così il cappotto non dà fastidio. Pubblico rumoroso durante l'esibizione di Erica Mou e anche ritardatario, il locale si riempie giusto per l'inizio dei Glasvegas.
Simpatia: 9 - James è riuscito a ritagliarsi un suo personaggio che rispetta in tutto e per tutto. Non si risparmia mai, per lui cantare è un impegno profondo e quasi una sofferenza. Spesso avanza verso il pubblico, a volte si sdraia e... addirittura scende in platea per pogare insieme ai fan sulle note di Go Square Go. Probablimente era appena docciato, il suo profumo ha riempito il locale!
Suo cugino Rab, sul finire del concerto ha offerto una decina di lattine di birra alle prime file.
Capacità esecutive: 9 - James, a differenza del precedente concerto milanese, non ha mai imbracciato la chitarra. Mi spiace non aver potuto percepire meglio il cantato, che comunque mi è sembrato all'altezza di ogni situazione e che ha raggiunto il suo punto più alto con una versione solo voce e tastiera di Flowers And FootballTops. Per il resto la nuova batterista nel suo suonare in piedi (come la precendente) è molto coreografica e potente, in pieno stile Glasvegas.
Durata, setlist: 7,5 - tutte le migliori del primo album, una cover e un paio di nuove, quelle già ascoltate e conosciute; niente sorprese dunque e niente noia con pezzi mai ascoltati. Purtroppo concerto troppo breve, ma per 10€ non ci si può lamentare più di tanto.
Non è facile recensire un concerto che concerto non è, innanzitutto perchè i concerti che abbiamo seguito sono stati 2 (4 in tutto quelli in Italia) e poi perché oltre al concerto c'è stata l'umanità di un artista che, liberato dagli orpelli della band, si è espresso in tutto il suo valore.
Simpatia: 10 – per una volta cambiamo l'ordine iniziando da questo aspetto. Simpatia: appunto, le storie che precedono quasi ogni canzone ti lasciano un sorriso stampato in viso, a volte è preceduto da una risata, a volte da una lacrimuccia commossa. Fran ripercorre la sua carriera con e senza i Travis, così come la sua vita di rock-star casuale. Perché lui per primo non si aspettava tutto questo successo, i Travis non sono stati costruiti su misura per lo show-business e questo lo si capisce da tanti dettagli: dalla sua umiltà e dalla incredibile e rarissima disponibilità (prima, dopo e durante il concerto) e da ciò che lui stesso racconta con la massima sincerità, arrivando fino a dettagli personali descrivendo, ad esempio, il suo rapporto con il figlio (e di conseguenza con suo padre).
Fran si è scusato più volte per l'assenza dall'Italia per 7 anni e giura che tornerà anche con i Travis. Lui stesso si è stupito per l'accoglienza e l'entusiasmo, capisce che, dopo tanti anni, altri gruppi si sono affacciati sulle scene ed era comprensibile una certa disaffezione per la band scozzese, cosa che invece è avvenuta solo in parte. Aggiungiamo noi: queste date sono probabilmente un investimento per il futuro, impossibile non farsi coinvolgere dal suo carisma, dopo una serata del genere anche lo spettatore più scettico è stato conquistato, insomma: una promozione a lungo termine.
Capacità esecutive: 10 – un uomo solo con la sua chitarra cosa può fare più di così? La sua voce non sbaglia un colpo, i suoi tipici acuti, spremuti nelle sue movenze e contorsioni suo marchio di fabbrica, non hanno cedimenti. Certo può capitare qualche piccolo vuoto di memoria ma Fran è aiutato dallo zoccolo duro della prima fila pronta a fungere da “gobbo”. Fran ha con sé 2 chitarre di cui una a 12 corde che utilizza quando nella prima salta qualche corda (è successo, ed è lui stesso a sostituirla, insomma si fa in quattro questo ragazzo)
Qualità del suono: 9 – voce e chitarra non richiedono particolari regolazioni, forse, l'unica cosa che manca è un minimo di aiuto da parte dell'effettistica, ma questo tour ha una filosofia di fondo molto low-cost e quindi se oggi possiamo godere di 4 date di Fran in Italia è anche grazie all'essenzialità di questi concerti.
Organizzazione: 9 – un po' più carente a Milano, più completa a Roma. Pochissima sicurezza e assenza di transenne (credo sia una scelta esplicita di Fran), sicchè al Tunnel la prima fila stava praticamente seduta sul palco.
Ambiente: 9 - nonostante ciò il pubblico è stato correttissimo, più pacato a Milano, più esuberante a Roma, ma sempre con il massimo rispetto: “Parlate pure, non è un problema per me, ma sappiate che potreste perdervi qualcosa di interessante” le parole di Fran dopo che parte del pubblico “Sssshhh” zittiva i più chiaccheroni.
Luci ed effetti: n.p. – un concerto low-cost non può avere una scenografia personalizzata, soprattutto perché non ci sta sull'unica auto che trasporta Fran, Foley e le chitarre.
Durata, setlist: 10 – non esiste, o perlomeno è cosa rarissima, che dopo un set prestabilito di pezzi vecchi e nuovi la scelta passi al pubblico; infatti è proprio Fran a chiedere ai suoi fan, così, sul momento, di scegliere le prossime 5-6 canzoni; e qui inizia la parte più unica del concerto: Fran ascolta tutte le richieste e poi decide, suona alcuni pezzi dopo tanti anni e, anche se sbaglia qualche accordo o qualche parola, non è certo un problema, è cosa comprensibile che lo rende ancora più umano e che rende questo evento intimissimo, come se Franny stesse suonando nel proprio salotto insieme a pochi amici.
GLOBALE: 10 e lode – indescrivibile a parole sopratutto per chi ha le proprie radici musicali nel brit-pop, manca ancora una data, stasera a Treviso, imperdibile.
Qualità del suono: 7,5 - sto rivalutando questa location, forse la chiusura dell'anello più alto tramite uno sbarramento di teloni ha contribuito ad avere un'atmosfera più raccolta.
Luci ed effetti: 5 - atmosfera cupa e nebbiosa, ma troppo essenziale, nulla di minimamente ricercato. Il nuovo bassista è rimasto nelle tenebre, solo una sagoma senza volto. Finte canne di organo sullo sfondo filtravano la luce dei fari.
Organizzazione: 8 -tutto tranquillo e forse è andata bene così visto che, rispetto ad altri concerti di questa portata, il personale di sicurezza era ridotto all'osso.
Ambiente: 8 -un po' di spinte e di surfing nelle prime file, ma non è che gli Interpol si prestino molto a questo genere di entusiasmo, giusto sull'ultima canzone.
Simpatia: 7 - qualche parola in italiano che va anche un po' oltre il semplice crazzie e un minimo di interazione c'è stata.
Capacità esecutive: 8,5 - meccanismi collaudati e ben oliati. La voce "strana" di Paul Banks ha tenuto bene, mentre il chitarrista, Daniel Kessler era preciso e plastico al punto giusto.
Durata, setlist: 8 - ad esser sincero, questo era uno di quei concerti che quando leggi la scaletta velocemente ti sembra di non conoscere più di 2 canzoni, in realtà le conoscevo praticamente tutte. Ovviamente la flessione compositiva della band s'è fatta sentire. I pezzi dei primi album sono un'altra cosa e questo lo si notava anche dalla reazione del pubblico, e non penso che sia solo una questione di maturazione. E' mancata "Stella" ma è stata rimpiazzata da pezzi ugualmente validi. Brividi sull'inizio dei bis: The Lighthouse.
GLOBALE: 8,5 - dal vivo almeno una volta nella vita.
Qualità del suono: 8,5 - forse l'Alcatraz ha trovato un suo equilibrio sonoro, anche se in prima fila il volume è ancora troppo alto, però come si dice.. hai voluto la prima fila..?
Luci ed effetti: 7 - i soliti, nulla da segnalare.
Organizzazione: 8 - evento legato al gran premio di Monza, il che significa che ieri sera è stata una serata un po' diversa dal solito, un po' pomposa per essere un concerto degli Stereophonics in Italia, con salottini riservati, security in divisa e ad ogni angolo del locale e soprattutto decine (non sto esagerando) di pullman e pullmini "Vip Spaceshuttle" dai vetri scuri che riportavano a casa gli imbucati della formula 1.
Ambiente: 8 - a Febbraio avevano interroto Dakota per l'eccessivo entusiasmo del pubblico, questa volta forse sono stati più tranquilli.
Simpatia: 7 - più che di simpatia si potrebbe parlare di stile. Gli Stereo la sanno lunga su come si confeziona un concerto.
Capacità esecutive: 8,5 - nel 2005 erano in 3 sul palco, ora sono in 5 e si sente, il suono è più completo e Kelly Jones ha una voce unica e perfetta.
Durata, setlist: 8 - usciti dal tour promozionale di Keep The Calm, scelgono una scaletta di repertorio adatta anche alla serata tagliando un paio di canzoni (nuove).
Qualità del suono: 9 - qualche problema con i gruppi di supporto, ma con gli AF tutto ok.
Luci ed effetti: 9 - Un telo di fondo proietta un'immagine fissa e un'ulteriore schermo proietta altri video e le immagini di alcune telecamere fisse sul palco. Luci standard ma ben coordinate.
Organizzazione: 8 - Indipendente ha fatto di tutto per riempire l'Arena ma siamo ben lontani dal soldout della serata n.2 (Blink 182). Tutti i gruppi sono saliti sul palco puntualissimi.
Ambiente: 8 - Nonostante i fiumi di birra il pubblico è stato euforico al punto giusto, qualche nuvoletta ha "rinfrescato" il finale del pomeriggio.
Simpatia: 10 - Régine è un folletto entusiasta di tutto. Win ha una presenza scenica possente (è altissimo!) e suo fratello con quel tamburo sembra un pazzo, ma anche gli altri sono molto scenografici in tutto ciò che fanno.
Capacità esecutive: 10 - Voci e cori impeccabili, Régine squillante e cristallina, e poi... ognuno suona praticamente ogni cosa gli passi sotto le mani. Cosa aggiungere di più?
Durata, setlist: 9 - Rococo si è persa da qualche parte, ma quando ogni canzone ti piace senza se e senza ma ne vorresti altre 100. 16 pezzi. 1 ora e mezza precisa, è pur sempre un festival.
Qualità del suono: 9 - non si poteva fallire con un artista di questo livello.
Luci ed effetti: 9 - Molto dark, difficile scattare foto, ma anche molto innovativa e ricercata, da rimanere a bocca aperta.
Organizzazione: 7 - Come al solito un po' di ritardo, ma nient'altro da segnalare. Il gruppo di supporto (bravi) rievoca Bjork.
Ambiente: 9 - pubblico in religioso silenzio durante gli assoli acustici di Jonsi. Solo i baritsti erano un po' "distratti".
Simpatia: 9 - il personaggio lo è fino in fondo, poche parole, ma lui è così e non si discute.
Capacità esecutive: 10 - una voce purissima, senza il minimo cedimento anche quando canta in acustico senza l'aiuto di alcun strumento.
Durata, setlist: 9 - tutto l'album solista e qualche inedito, ma il concerto va pensato nella sua globalità, come spettacolo, come un film. Anche se non si conoscevano le canzoni ci si poteva lo stesso emozionare.